Imparare dagli errori: infortuni professionali nei depositi e magazzini

Injured construction worker laying on floor after fall

I casi di infortunio nei magazzini

Il primo caso che presentiamo si sofferma su un infortunio avvenuto nel magazzino di smistamento di posta e piccoli colli gestito da un operatore che ha sub-appaltato le attività di consegna ad una cooperativa di cui l’infortunato era socio-lavoratore.

Il lavoratore ha terminato le consegne del giorno ed ha parcheggiato il mezzo nei pressi della cosiddetta “ribalta”, zona perimetrale del capannone-deposito che presenta uno sbalzo tra pavimento del deposito e piano piazzale esterno inferiore ad un metro.

Lasciato l’automezzo su sta recando a piedi all’interno del capannone ma scivola su un cartone lì posizionato per “nascondere” una piccola pozza di olio alimentare creata dalla rottura di bottiglie di tale liquido. “Non si è riusciti ad individuare chi e quando abbia posizionato il cartone (mascheramento probabilmente avvenuto alcune decine di minuti prima dell’incidente). Si è appurato che non esiste una procedura da seguire in caso di spandimenti di liquidi (o altri materiali) sul pavimento del magazzino, né da parte del gestore del magazzino né da parte della Cooperativa; giornalmente il deposito è comunque oggetto di pulizia da parte di una ditta esterna”.

Nella caduta il lavoratore si è procurato “la frattura scomposta del polso sinistro per una inabilità di 76 giorni. Data la tipologia di scivolamento è dubbio che l’utilizzo di scarpe antinfortunistiche (di cui il lavoratore non era dotato) avrebbe potuto impedire la caduta”.

Il fattore causale indicato è dunque la presenza di una “pozza di olio alimentare mascherata da un cartone steso sopra”.

Il secondo caso riguarda un infortunio in attività di inventario di colli.

Per “inventariare i colli a magazzino” un lavoratore passa, per mezzo di una scala fissa, sulla sommità dei colli posta a circa 1,5 metri dal pavimento.

Il lavoratore mentre conta i colli percorrendoli in sommità andando a ritroso (all’indietro) pone un piede nel vuoto non potendo vedere dietro di sé che i colli erano terminati (e così anche il piano su cui l’infortunato camminava). In conseguenza di ciò cade all’indietro sul pavimento fratturandosi due vertebre. E, tra le altre cose, si è appurato che l’infortunato “non era l’addetto al magazzino ma l’addetto alla conduzione dell’impianto termico”.

Il fattore causale riportato dalla scheda riguarda il “controllo improprio del materiale a magazzino”.

Il terzo caso riguarda un infortunio all’interno di un centro logistico per movimentazione da piazzale o da magazzino di merci sfuse, container e materiali vari.

Un lavoratore svolge mansioni di operatore generico e carrellista. Componente di una squadra composta di 4 operatori a terra più un carrellista, sta effettuando operazioni di svuotamento di alcuni container contenenti tronchi.

L’inconveniente che origina l’infortunio si verifica con le seguenti modalità: “inizialmente gli operatori hanno provveduto a sfilare singolarmente le due ‘virate’ (cataste) di tronchi presenti all’interno del container per rimuovere, successivamente, le reggette che li bloccavano, per procedere alla movimentazione dei singoli tronchi”. Per compiere questa operazione l’infortunato si sposta sul lato opposto della catasta di tronchi per poter prendere una cesoia a mano. Durante il tragitto a fianco della catasta uno di questi si muove dalla posizione originaria e cade al suolo andando a colpire ad una gamba l’operatore procurandogli la frattura del malleolo del piede sinistro. Dagli accertamenti effettuati “è emerso che alcune reggette si erano rotte nell’operazione di sfilo dal container anche a causa del contatto con l’altra ‘virata’ di tronchi immagazzinata nel contenitore”.

Questi i fattori causali riportati nella scheda:

  • “l’infortunato è transitato sotto la catasta;
  • cedimento reggette del carico nell’operazione di sfilo dal container”.

La prevenzione degli infortuni nei depositi e nei magazzini

Per avere alcuni suggerimenti per la prevenzione generale degli infortuni in depositi e magazzini possiamo fare riferimento ad un documento prodotto da un Organismo Paritetico Provinciale e già presentato dal nostro giornale.

Nel documento “ Rischi in deposito”, a cura del Dott. Mauro Scartazza (Consulente Salute Sicurezza e Igiene degli Alimenti), si fa riferimento alle attività svolte dagli addetti che operano all’interno dei locali di deposito. Attività che “prevedono il ricevimento dei fornitori con lo scarico della merce, il controllo e smistamento dei prodotti, il deposito in attesa della vendita/spedizione nei locali adibiti a deposito/magazzino, il prelievo del materiale ed eventualmente la creazione dei pallet per le consegne”. Attività che prevedono dunque anche operazioni di carico e scarico con movimentazione manuale dei carichi e/o movimentazione con carrelli elevatori (o transpallet elettrici o manuali), secondo la tipologia e del peso dei prodotti imballati.

Il documento oltre a fornire varie prassi e disposizioni per ridurre i rischi degli operatori, a partire dall’utilizzo di idonei metodi di immagazzinamentopresenta alcune misure di prevenzione e procedure di lavoro:

  • “verificare che sia esposto un cartello ben visibile con l’indicazione della portata massima di progetto dei solai ed anche delle eventuali scaffalature in Kg/mq di superficie”;
  • “indicare l’altezza massima ammissibile per le cataste, che deve essere in funzione del carico massimo sopportabile dal pavimento, della sicurezza antiribaltamento e dello spazio necessario in quota per la movimentazione del mezzo di sollevamento;
  • le cataste devono essere innalzate e disfatte da persone addestrate;
  • vietare di salire direttamente sulle cataste ed usare scale o carrelli;
  • porre le cataste dei materiali su pavimento resistente, piano e antisdrucciolevole ed attuare misure atte ad evitarne il ribaltamento (art. 96 del D.lgs. n.81/08);
  • disporre le cataste in modo da non esercitare pressioni in pareti non idonee a sopportare tali sollecitazioni, e non invadere le vie di transito, che devono essere piane, di ampiezza adeguata e contrassegnate con strisce colorate;
  • sistemare il materiale depositato secondo la sua natura ed il suo volume, tenendo conto, nel caso si tratti di materiale combustibile o infiammabile, dei criteri di prevenzione incendi;
  • nel disfacimento delle cataste, procedere con ordine e mantenendo sempre un conveniente angolo di inclinazione;
  • nell’imbracare i carichi, seguire norme di buona tecnica e di sicurezza (per esempio non spostare casse, balle, ecc. fissando ganci od altri organi di presa sui legacci);
  • effettuare una corretta disposizione e garantire un passaggio minimo di 80 cm tra gli scaffali, per consentire una movimentazione agevole e sicura, in riferimento anche alle attrezzature utilizzate;
  • verificare che lungo i percorsi non vi siano sporgenze a nessun livello di altezza, onde impedire urti e inciampi;
  • verificare che nei magazzini e depositi sia rispettata la massima pulizia, l’ordine e la corretta disposizione a prescindere dal tipo di materiale stivato;
  • vietare di fumare mediante l’apposizione di appositi cartelli in posizione di maggiore visibilità;
  • garantire una sufficiente illuminazione delle aree di transito, evitando di formare zone d’ombra e disponendo i corpi illuminanti parallelamente alle scaffalature;
  • le uscite normali e quelle di sicurezza devono essere facilmente visibili, adeguatamente illuminate e sgombre da materiale;
  • verificare la costante efficienza dei dispositivi segnalatori di incendio ed il facile utilizzo dei presidi antincendio, che non deve essere impedito dalla presenza di materiale in giacenza;
  • effettuare la formazione e l’informazione relativa all’uso corretto delle attrezzature;
  • predisporre tutti gli interventi tecnici, organizzativi e procedurali concretamente attuabili al fine di ridurre al minimo gli eventuali rischi derivanti dall’esposizione al rumore”.

Ricordiamo che il documento, che vi invitiamo a visionare integralmente, riporta informazioni anche su altri aspetti (formazione, DPI, sorveglianza sanitaria, …).

Tiziano Menduto

Sito web di INFOR.MO.: nell’articolo abbiamo presentato le schede numero 80355666 1453 (archivio incidenti 2002/2015).

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Gdpr, solo il 23% delle imprese si sono adeguate

Il 23% delle imprese italiane si è adeguata al Gdpr, la nuova normativa Ue sulla privacy in vigore da fine maggio 2018, il 59% ha progetti in corso, l’88% ha un budget dedicato. E cresce il mercato della sicurezza informatica raggiungendo il valore di 1,9 miliardi di euro (+9% su anno). A scattare la fotografia è una ricerca dell’Information Security & Privacy della School of Management del Politecnico di Milano.

Secondo l’analisi, le principali finalità dei cyber attacchi subiti dalle imprese sono truffe come il phishing (83%) e le estorsioni (78%), poi intrusione a scopo di spionaggio (46%) e interruzione di servizio (36%). Ma nei prossimi tre anni le aziende temono soprattutto spionaggio (55%), truffe (51%), influenza e manipolazione dell’opinione pubblica (49%), acquisizione del controllo di sistemi come impianti di produzione (40%).

I principali obiettivi degli attacchi sono oggi gli account email (91%) e social (68%), seguiti dai portali eCommerce (57%) e dai siti web (52%). Nel prossimo triennio, dice la ricerca, le imprese prevedono che gli hacker si concentreranno su dispositivi mobili (57%), infrastrutture critiche come reti elettriche, idriche e di telecomunicazioni (49%), la casa smart (49%) e i veicoli connessi (48%).

La principale vulnerabilità è costituita dal comportamento umano: per l’82% delle imprese la prima criticità è la distrazione e scarsa consapevolezza dei dipendenti, seguita da sistemi IT obsoleti o eterogenei (41%) e da aggiornamenti e patch non effettuati regolarmente (39%).

Per minimizzare il rischio, l’80% delle imprese ha avviato piani di formazione del personale. L’analisi delinea infine un boom della figura del Data Protection Officer, presente nel 71% delle imprese, mentre il 59% ha inserito un Chief Information Security Officer.

Fonte: Ansa

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Consulenti del lavoro: quando sono responsabili del trattamento dei dati

Il Garante per la privacy ha precisato il ruolo e le responsabilità dei consulenti del lavoro nel trattamento dei dati personali della clientela alla luce del nuovo Regolamento europeo, identificandoli come “responsabili del trattamento” quando trattano i dati dei dipendenti dei clienti in base all’incarico da questi ricevuto.

Rispondendo ai quesiti sottoposti dal Consiglio Nazionale dei consulenti del lavoro e da numerosi professionisti, il Garante ha infatti chiarito che il Regolamento (UE) 679/2016 si pone in linea di continuità con quanto già prefigurato dalla Direttiva 95/46/CE. Il Regolamento conferma, infatti, le definizioni di titolare e responsabile del trattamento, nelle quali il primo resta il soggetto che “determina le finalità e i mezzi del trattamento di dati personali” e il secondo colui che “tratta dati personali per conto del titolare del trattamento”.

E dunque i consulenti del lavoro sono “titolari” quando trattano, in piena autonomia e indipendenza, i dati dei propri dipendenti oppure dei propri clienti quando siano persone fisiche, come ad esempio i liberi professionisti determinando puntualmente le finalità e i mezzi del trattamento. Sono, viceversa, “responsabili” quando trattano i dati dei dipendenti dei loro clienti sulla base dell’incarico ricevuto, che contiene anche le istruzioni sui trattamenti da effettuare. E’ il caso, ad esempio, dei consulenti che curano per conto di datori di lavoro la predisposizione delle buste paga, le pratiche relative all’assunzione e al fine rapporto, o quelle previdenziali e assistenziali, trattando una pluralità di dati personali, anche sensibili, dei lavoratori.

Si tratta di informazioni raccolte e utilizzate dai datori di lavoro in base al contratto e a norme di legge e di regolamento (come quelle in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale), e che vengono gestite dai consulenti cui sono esternalizzati i servizi sulla base delle discipline di settore e delle regole deontologiche pertinenti.

Ed è sul contratto di affidamento dell’incarico e di designazione a responsabile del trattamento da parte del cliente che si basa la legittimità dei trattamenti realizzati dal consulente. Il Garante ha chiarito infine che ai consulenti, pur in qualità di “responsabili” del trattamento, viene riconosciuto un apprezzabile margine di autonomia e correlativa responsabilità anche con riguardo alla individuazione e predisposizione di idonee misure di sicurezza, sia tecniche che organizzative, a tutela dei dati personali trattati.

Fonte: Garante Privacy

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Sulla posizione di garanzia alla luce del principio di effettività

La Corte di Appello, in parziale riforma della sentenza pronunciata dal Tribunale ha ridotta la pena applicata a un datore di lavoro e al preposto di un’azienda a 20 giorni di reclusione confermando nel resto le statuizioni civili in favore della persona offesa (condanna al risarcimento dei danni e al pagamento di una provvisionale di euro 10.000).  i due erano stati imputati del reato di cui all’art. 590 comma 1, 2 e 3 del codice penale in relazione agli artt. 2087 del codice civile 19 e 71 del D. Lgs n.81/2008 perché, nella loro rispettiva qualità, hanno cagionato per colpa a un lavoratore dipendente di una ditta alla quale era stato appaltato il servizio di pulizia e riordino di un capannone industriale, lesioni personali consistenti in ustioni di 2° e 3° estese al collo, tronco e arti superiori, da cui era derivata una malattia e un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per complessivi 186 giorni. Agli stessi è stata contestata la colpa consistita in imprudenza, negligenza e imperizia e violazione delle norme di prevenzione e, in particolare, per aver il datore di lavoro messo a disposizione del lavoratore una frusta elettrica non idonea al lavoro di pulitura di una cisterna contenente vernice antiruggine e il preposto per avere omesso di controllare e vigilare l’osservanza delle normative antinfortunistiche, motivo per il quale il lavoratore stesso, mentre, dopo aver utilizzato un solvente, effettuava la pulizia della cisterna con la frusta meccanica, ha cagionato l’innesco di un incendio dei vapori del solvente procurandosi le ustioni sopra descritte.

L’infortunato era un dipendente della ditta appaltatrice ma già da un anno svolgeva quotidianamente la sua attività lavorativa presso la ditta committente, inizialmente come addetto alle pulizie e poi successivamente come operaio addetto, nel settore produttivo, alla conduzione di un carroponte. Secondo la ricostruzione effettuata dai giudici di primo e secondo grado, la mattina dell’evento infortunistico, il lavoratore, incaricato dal preposto capo reparto di coadiuvare un altro operaio, nel mentre puliva con il solvente la cisterna trasportata su un camion in quanto presentava delle incrostazioni di vernice utilizzando, come gli era stato indicato, una frusta elettrica che si trovava nella sua diretta disponibilità a pochi metri di distanza ma che invece normalmente serviva solo a miscelare le vernici, è stato investito da una fiammata che lo ha colpito al volto e al busto. Dall’istruttoria era risultato altresì che la frusta elettrica non era uno strumento idoneo all’uso poiché generava scintille che, venendo in contatto con materiale infiammabile quale era il vapore creato dall’uso del solvente, potevano provocare l’innesco di un incendio.

I giudici di merito hanno individuato le posizioni di garanzia a carico degli imputati, avendo accertato che la ditta committente si ingeriva nell’attività svolta dai lavoratori della ditta appaltatrice in quanto il preposto impartiva disposizioni direttamente anche a questi ultimi. Era stato accertato altresì che il giorno dell’incidente non era presente sul posto di lavoro nessun responsabile incaricato della ditta appaltatrice e che era stato il capo reparto a comandare il lavoratore di aiutare un altro operaio. Gli stessi giudici hanno addebitato al preposto la mancata vigilanza in ordine all’uso della frusta elettrica da parte del lavoratore per pulire la cisterna in cui era stato versato il solvente infiammabile tanto più che era stato adibito ad una mansione non propria, che non aveva mai fatto, per cui quindi doveva essere specificatamente informato sui rischi e sulle modalità di sicurezza necessarie allo svolgimento dell’operazione stessa.

Il ricorso per cassazione e le motivazioni

Avverso la sentenza della Corte di Appello hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati a mezzo dei loro difensori deducendo alcune motivazioni. Gli stessi hanno sostenuto che nessuna ingerenza era stata accertata nell’attività degli addetti alle pulizie di cui faceva parte il lavoratore infortunato e che pertanto era viziata la motivazione della Corte di Appello nel momento in cui ha individuata la qualifica di datori di lavoro e di preposto a carico loro e ravvisata la violazione degli obblighi di coordinamento e sinergia previsti dall’art. 26 del D Lgs n. 81/2008, peraltro mai contestato. I ricorrenti hanno fatto presente che, a loro avviso, la norma in questione prevede obblighi di informazione e coordinamento e non obblighi di formazione e prevenzione del personale dipendente di altre ditte e precisato altresì che gli addetti alle pulizie prendevano ordini da un loro specifico preposto che coordinava le operazioni di pulizia.

Gli imputati hanno sostenuto altresì che la frusta elettrica era stata prelevata dal lavoratore di sua iniziativa e che la stessa era in una posizione distante dal luogo della pulizia della cisterna di circa 10 metri oltre al fatto che di norma la stessa non veniva utilizzata per la pulizia delle cisterne proprio per la sua pericolosità. L’imprevedibile ed eccezionale uso di tale attrezzatura pertanto, pericoloso e inidoneo, aveva costituito un fatto interruttivo del nesso causale sia con riferimento alla condotta del datore di lavoro che a quella del preposto.

Le decisioni in diritto della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, nel dichiarare inammissibili i ricorsi, ha fatto presente che la decisione impugnata della Corte di Appello non presentava nessuno dei vizi sostenuti. Era stato accertato, infatti, che il committente si ingeriva nell’attività svolta dai lavoratori della cooperativa appaltatrice del servizio di pulizie, dando disposizioni e direttive e intervenendo costantemente nella loro esecuzione, mettendo a disposizione le attrezzature e curando l’organizzazione del lavoro proprio attraverso il capo reparto e che il lavoratore infortunato lavorava presso la ditta committente da circa un anno, inizialmente come addetto alle pulizie poi adibito addirittura al settore produttivo come conduttore di un carroponte.

Riguardo poi alle posizioni di garanzia di fatto ricoperte dagli imputati la suprema Corte ha ricordato che “in base al principio di effettività, assume la posizione di garante colui il quale di fatto si accolla e svolge i poteri del datore di lavoro, del dirigente o del preposto, anche se formalmente ha appaltato a terzi le opere che hanno dato origine all’infortunio”. La stessa Corte ha poi logicamente e coerentemente argomentato la responsabilità penale degli imputati, oltre ogni ragionevole dubbio, richiamando anche la disposizione di cui all’art. 26 comma 1 lett. b) del D. Lgs. n.81/2008 e traendo ulteriori elementi di convincimento proprio dalla interferenza di più organizzazioni di impresa nel medesimo luogo di lavoro.

La ratio della norma, ha anche aggiunto la Corte suprema, è evidente specie quando il datore di lavoro committente ha la disponibilità effettiva, nel senso di disponibilità giuridico/operativa, dei luoghi in cui si svolgono i lavori, disponibilità che gli consente di avere (o comunque di essere tenuto ad avere) compiuta conoscenza delle specifiche caratteristiche degli stessi luoghi e quindi dei rischi ad essi connessi. Da ciò consegue l’obbligo di cui alla lett. b) dell’art. 26 citato di fornire ai soggetti terzi (operanti nei propri “spazi” di lavoro) «dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività», informazioni che, ha così concluso la Sez. IV non potevano nel caso in esame, come ha affermato coerentemente la Corte territoriale, che essere fornite dal preposto al controllo e all’organizzazione tanto dei lavoratori della cooperativa che dei lavoratori della committente e dal responsabile dell’unità produttiva.

Gerardo Porreca

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Riduzione tasso di tariffa, modello OT/24 e scadenze, nota Inail

Con una nota del 6 febbraio Inail ricorda la scadenza del 28 febbraio 2019 per l’invio delle domande per la riduzione del tasso di tariffa.

L’oscillazione del tasso per prevenzione può essere richiesta da aziende che hanno eseguito interventi sulla sicurezza sul lavoro in aggiunta a quelli previsti dal Testo unico. Le aziende devono essere attive da almeno un biennio e ovviamente devono essere in regola con la normativa sulla sicurezza e con gli adempimenti contributivi.

La riduzione viene riconosciuta per l’anno della domanda e sul premio dello stesso anno. Le domande vanno presentate esclusivamente online.

Modello di riferimento: OT/24.

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Interpello sicurezza sul lavoro n.1/2019

Sono stati pubblicati dal Ministero del Lavoro due nuovi interpelli riguardanti uno il lavoro l’altro la normativa sulla sicurezza sul lavoro.

L’interpello sul lavoro è il n.1/2019 datato 8 febbraio dal titolo:

Quello sulla sicurezza, 1/2019 del 31 gennaio 2019:

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TESTO UNICO SULLA SICUREZZA | Pubblicata la revisione di gennaio 2019

È stato aggiornato il Testo Unico sulla Salute e sicurezza sul Lavoro D.lgs. 81 del 9 aprile 2008 che fa seguito all’ultimo aggiornamento avente data Luglio 2018.

La nuova versione del Testo Unico riporta le seguenti novità:

  • Modifica introdotta all’art. 99 (notifica preliminare) dalla Legge 1 dicembre 2018 di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. (GU n. 281 del 3/12/2018 in vigore dal 04/12/2018)
  • Inseriti gli interpelli n. 6 del 18/07/2018 e n. 7 del 21/09/2018;
  • Sostituito il Decreto Direttoriale n. 51 del 22 maggio 2018 con il Decreto Direttoriale n. 89 del 23 novembre 2018 – Ventesimo elenco dei soggetti abilitati per l’effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’art. 71 comma 11 (LINK ESTERNO all’Allegato).
  • Rivalutati, a decorrere dal 1° gennaio 2019, nella misura del 10%, gli importi dovuti per la violazione delle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 81/2008, ai sensi dell’art. 1, comma 445, lettera d), della Legge n. 145/2018 (legge di bilancio), che ha previsto la maggiorazione degli importi sanzionatori delle violazioni che, più di altre, incidono sulla tutela degli interessi e della dignità dei lavoratori. Le anzidette maggiorazioni sono raddoppiate laddove, nei tre anni precedenti, il datore di lavoro sia stato destinatario di sanzioni amministrative o penali per i medesimi illeciti.
  • È stata inserita l’Appendice C con le tabelle degli importi sanzionatari con la maggiorazione raddoppiata in caso di recidiva, ai sensi dell’art. 1, comma 445, lettera e), della Legge n. 145/2018 (legge di bilancio);
  • Corretto il refuso relativo all’Interpello n. 26/2014 del 31/12/2014 – Applicazione del decreto interministeriale 18 aprile 2014 cosiddetto “decreto capannoni”.

Per consultare la nuova versione del documento scaricalo gratuitamente a questo link

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