Stop alle cassette postali intasate dalla pubblicità indesiderata

È una lista per stoppare la pubblicità cartacea in buca. Si chiama registro pubblico delle opposizioni. C’era già dal 2010 per bloccare le telefonate promozionali indesiderate. Ora il sistema viene esteso alla posta cartacea. E gli utenti possono opporsi anche all’invio della pubblicità agli indirizzi postali presenti negli elenchi telefonici. Il governo ha, infatti, approvato il 25 ottobre scorso, in via definitiva, il regolamento che estende l’opt out alla pubblicità cartacea e ne stabilisce le modalità tecniche di iscrizione degli abbonati e gli obblighi di consultazione degli operatori di telemarketing.

Tecnicamente si tratta di modifiche al dpr n. 178/2010, cioè al registro delle opposizioni al marketing telefonico. Opt out significa che chi vuole fare pubblicità può farlo usando i dati del destinatario, a meno che quest’ultimo non manifesti la sua opposizione, iscrivendosi nella lista di chi non vuole essere contattato.

Questo regime si differenzia dal regime dell’opt in, con il quale chi vuol fare pubblicità non la può fare a meno che non abbia avuto il preventivo consenso del destinatario della comunicazione. Nell’opt in ci vuole il preventivo consenso dell’interessato; nell’opt out non ci vuole il preventivo consenso dell’interessato, che però può manifestare il suo dissenso. La legge prevede sia casi di opt in sia casi di opt out.

Con il regolamento sul marketing cartaceo, la legge italiana passa al regime dell’opt out, per cui chi vuole fare pubblicità usando gli indirizzi risultanti dagli elenchi telefonici lo può fare, ma deve controllare che l’indirizzo non sia stato inserito (su richiesta dell’interessato) nella lista ufficiale di chi non vuole ricevere pubblicità cartacee (è il registro delle opposizioni).

Una volta che il servizio sarà disponibile, gli utenti in possesso di un numero pubblico, oppure presente negli elenchi telefonici pubblici, potranno iscriversi al Registro pubblico delle opposizioni dicendo no sia alle chiamate di telemarketing sia alla pubblicità cartacea. Gli utenti già iscritti al servizio per non ricevere la pubblicità telefonica potranno aggiornare la propria iscrizione estendendo l’opposizione già espressa anche alla posta cartacea. Si noti, quindi, che la norma significa che, in assenza di iscrizione al registro delle opposizioni, gli operatori economici potranno usare l’indirizzo postale per mandare proposte commerciali.

Spieghiamoci con qualche elemento di dettaglio. L’articolo 1, comma 54, della legge n. 124/2017 ha richiamato all’attuazione dell’articolo 130, comma 3-bis del Codice della privacy e cioè per estendere le previsioni relative all’opt out nel marketing telefonico anche alla posta cartacea, per gli indirizzi presenti negli elenchi telefonici pubblici. Si deve ribadire che l’estensione del regime dell’opt out significa che si possono trattare i dati senza consenso, salvo iscrizione nel registro delle opposizioni.

Per rendere operativa la norma viene modificato il regolamento del 2010, nel quale si aggiunge la posta cartacea alle varie disposizioni che si riferiscono ai soli contatti telefonici. Per poter mandare comunicazioni commerciali a mezzo posta cartacea bisognerà consultare il registro e vedere quali indirizzi sono stati iscritti, depennandoli di conseguenza dalla lista. In materia di tempi di consultazione, si prevede che, per i trattamenti di dati per fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale, mediante l’impiego della posta cartacea, la consultazione del registro da parte di ciascun operatore ha efficacia pari a trenta giorni.

Il regolamento correttivo, poi, integra la disposizione sull’obbligo di informativa a favore della persona contattata: per effetto delle novità, si devono far conoscere all’interessato la fonte dei dati usati e le indicazioni utili all’eventuale iscrizione nel registro delle opposizioni, e ciò va fatto all’interno del materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale inviato tramite posta cartacea.

Con una disposizione transitoria si prevede che l’utilizzo degli indirizzi presenti negli elenchi pubblici, da parte dei soggetti che effettuano vendite o promozioni commerciali tramite posta cartacea, sarà possibile solo decorso il termine di 90 giorni dall’entrata in vigore delle disposizioni del futuro decreto. Altrimenti detto, l’utilizzo degli indirizzi presenti negli elenchi pubblici per finalità di marketing tramite posta cartacea sarà possibile solo dopo il decorso di un termine iniziale, nel quale gli interessati potranno iscriversi nel registro. Si coglie, poi, l’occasione per cambiare le modalità per iscriversi al registro delle opposizioni (anche in materia di opposizione al marketing telefonico), togliendo la possibilità di inviare un fax: rimangono quindi il canale web, il telefono, la e-mail e la raccomandata. Gli interventi descritti, comunque, non saranno gli ultimi in materia di registro delle opposizioni.

Sono ancora in itinere le modifiche rese necessarie dalla legge 5/2018, tra cui estensione del registro delle opposizioni a tutti i numeri fuori elenco, compreso il mobile, e l’introduzione del prefisso unico per le chiamate commerciali. Proprio a tale proposito sul sito del registro delle opposizioni si legge un’avvertenza: attenzione a non confondere l’estensione del registro alla pubblicità cartacea con l’estensione del servizio a tutti i numeri riservati, cellulari inclusi.

Questa diversa e ulteriore estensione riguarda il marketing telefonico e, avverte la fondazione Bordoni, ente gestore del registro, ci sarà ancora da aspettare, anche se è già partito l’iter di approvazione del regolamento attuativo, che sarà ricordato come una vera e propria riforma del telemarketing.Sul punto è intervenuto Antonello Soro, presidente del Garante della privacy, che ha considerato il ritardo nell’approvazione delle norme di attuazione «particolarmente grave perché fa mancare importanti tutele per la riservatezza degli utenti». «Ma indipendentemente da questo ritardo», continua, «va registrato il persistere di un atteggiamento poco collaborativo da parte degli operatori, telefonici e non solo, che continuano imperterriti a utilizzare lunghe catene di servizi di call center per campagne inutilmente aggressive e, alla fine, controproducenti». Soro ha, infine, ricordato che dal 25 maggio 2018 è diventato applicabile il regolamento Ue sulla protezione dei dati e che «gli operatori che violeranno le norme saranno soggetti a sanzioni pesanti e adeguate anche alla gravità della violazione. Da parte nostra, come Garante abbiamo già previsto per i prossimi mesi attività di controllo e accertamento ispettivo sulle società che operano nel settore del telemarketing».

Fonte: Italia Oggi Sette del 12 novembre 2018 – Articolo di Antonio Ciccia Messina

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Medico competente: caricabili sulla piattaforma INAIL i dati dei lavoratori

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I medici competenti per la sicurezza sul lavoro in azienda possono avviare l’inserimento, nella piattaforma telematica INAIL, delle comunicazioni riguardanti i dati collettivi aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria nell’anno 2018. Lo rende noto l’Istituto assicuratore, avvertendo che tali comunicazioni saranno conservate nelle pratiche in lavorazione per eventuali successive modifiche ad opera del medico e fino alla conferma finale di trasmissione, che va effettuata entro il 31 marzo. Quali sono le procedure e quali le scadenze da osservare per adempiere correttamente agli obblighi?

Come previsto dalla normativa prevenzionistica, il 31 marzo 2019 scade il termine per la trasmissione, da parte dei medici competenti, dei dati aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria nell’anno 2018.

Dal 1° novembre 2018 è possibile avviare l’inserimento dei dati nel portale INAIL a disposizione dei medici competenti.

Le informazioni introdotte saranno conservate nelle pratiche in lavorazione per eventuali modifiche fino alla conferma finale di trasmissione da effettuarsi entro il 31 marzo.

L’art. 40 del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., (cd. Testo Unico in materia di salute e sicurezza dei luoghi di lavoro), prevede che, entro il primo trimestre dell’anno successivo all’anno di riferimento, il medico competente debba trasmettere, esclusivamente per via telematica ai servizi competenti per territorio (per il tramite della piattaforma INAIL dedicata), le informazioni, elaborate evidenziando le differenze di genere, relative ai dati collettivi aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori che sono stati sottoposti a sorveglianza sanitaria da parte del medico stesso, in attuazione del protocollo sanitario aziendale.
I dati aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori (Allegato 3B), elaborati secondo criteri di semplicità e certezza, devono essere quelli previsti dal Decreto 9 luglio 2012 (in G.U. n. 173 del 26 luglio 2012), così come modificato e integrato dal Decreto 6 agosto 2013 (in G.U. n. 212 del 10 settembre 2013) e dal Decreto 12 luglio 2016 (in G.U. n. 184 dell’8 agosto 2016).

L’obbligo assume rilevanza anche per i risvolti sanzionatori di inadempimento; infatti, terminato ormai il periodo transitorio di avvio del sistema, il medico competente che ometta la trasmissione per il 2018 commette un illecito amministrativo punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.116,82 a 4.467,30 euro (importi in vigore dal 1 luglio 2018).

Il nuovo Allegato 3B

Si ricorda che il Ministero della Salute, Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria, con nota del 7 febbraio 2017, ha già fornito il proprio parere in merito ai termini di entrata in vigore del Decreto 12 luglio 2016.

In particolare, l’Allegato 3B del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., così come modificato dal decreto 12 luglio 2016, viene utilizzato per la rilevazione dei dati aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori riferiti alla sorveglianza sanitaria a partire dall’anno 2017, e quindi vale a maggior ragione per i dati del 2018.

Anche l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, Direzione Centrale Prevenzione, con la nota del 10 febbraio 2017, in ordine alla decorrenza dell’effettiva applicabilità del nuovo modello 3B introdotto dal Decreto 12 luglio 2016, ha fatta propria la nota interpretativa del Ministero della Salute del 7 febbraio 2017 sopra citata e ha confermato la vigenza del nuovo Allegato 3B per i dati raccolti dal 2017.

Modalità di trasmissione

Entro il 31 marzo 2019 va resa quindi regolarmente la comunicazione dei dati aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria nel 2018, da parte del medico competente, esclusivamente per via telematica tramite l’applicativo INAIL, operante e raggiungibile dal link web https://www.inail.it/cs/internet/attivita/prevenzione-e-sicurezza/promozione-e-cultura-della-prevenzione/comunicazione-medico-competente.html.

Relativamente alle modalità di trasmissione va osservato che:
– è possibile lavorare sui dati relativi alle aziende o unità produttive di competenza del medico competente a partire dal 1° novembre 2018, ma, in ogni caso, bisogna chiudere la comunicazione prima della scadenza del 31 marzo;
– è possibile anche annullare dopo l’invio le comunicazioni già inviate o modificare le associazioni e i dati relativi alle aziende o unità produttive di competenza del medico competente, ma, in ogni caso, tutto questo deve accadere prima della scadenza del 31 marzo;
– l’inoltro finale della comunicazione verrà attestato da apposito file pdf che varrà come ricevuta e conterrà numero di protocollo, data e ora di invio;
– per “lavoratori occupati”, a cui i dati si devono riferire, si intendono i soggetti presenti in azienda alle date stabilite (30 giugno e 31 dicembre di ogni anno) in base alla definizione di “lavoratore” ex art. 2, comma 1, lettera a), del D.lgs. 81/2008 e s.m.i., comprensiva dei soggetti equiparati ai lavoratori (es. associato in partecipazione) e dei soggetti ex art. 3 (es. lavoratori in distacco, lavoratori a progetto che svolgano la propria attività nei luoghi di lavoro del committente);
– per “lavoratori soggetti a sorveglianza sanitaria”, si intendono quei lavoratori per i quali il medico competente effettua la sorveglianza sanitaria, ai sensi dell’articolo 41, comma 1, lettere a) e b) del D.lgs. n. 81/2008, nei casi previsti dalla normativa vigente o qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi;
– le visite mediche preventive preassuntive, di cui alla lettera e-bis), comma 2, dell’art. 41 del D.Lgs. 81/2008, richieste dal datore di lavoro al medico competente, rientrano nell’ambito della sorveglianza sanitaria, se effettuate dal medico nei confronti di lavoratori soggetti alla stessa;
– anche nel caso di non effettuazione di visite mediche nell’anno, vige l’obbligo di invio dei dati inerenti la esposizione ai rischi lavorativi specifici;
– anche qualora nell’anno di riferimento della comunicazione (e comunque entro il 31 dicembre) l’impresa abbia cessato la sua attività, è obbligatorio inviare le informazioni raccolte in corso d’anno;
– qualora nella stessa azienda (o unità produttiva) si sia verificato l’avvicendamento del medico competente, l’obbligo sussiste in capo al medico competente risultante in attività allo scadere dell’anno interessato dalla raccolta delle informazioni;
– qualora nell’anno di riferimento della comunicazione siano state eseguite solo visite preventive (ad esempio: nuova impresa/unità produttiva, lavori temporanei o stagionali), dovrà comunque essere regolarmente riportato il numero dei lavoratori complessivamente visitati nell’anno.

Relativamente ai rischi lavorativi “non normati” (es. diversi dal rumore, vibrazioni, ecc.) l’applicativo INAIL consente l’inserimento di ulteriori rischi lavorativi, presi in considerazione e adeguatamente valutati nel DVR dell’azienda o dell’unità produttiva e che abbiano comportato come misura preventiva l’attivazione della sorveglianza sanitaria, diversi da quelli indicati analiticamente nel modello dell’allegato 3B.

Infine, per i lavoratori soggetti a sorveglianza sanitaria per “movimentazione manuale dei carichi” e/o “sovraccarico biomeccanico degli arti superiori”, si intendono tutti i lavoratori esposti a rischio, sulla base della valutazione del rischio e dei fattori individuali di rischio di cui all’Allegato XXXIII (art. 168, comma 2, lettera d) del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i.), che quindi per tali fattori e per tali motivi siano sottoposti a sorveglianza sanitaria, come indicato nel protocollo sanitario dell’azienda/unità produttiva.

Comunicazioni del 2018 ai servizi sanitari

I dati trasmessi saranno elaborati dall’INAIL e messi a disposizione, per le loro attività istituzionali, dei Servizi di Prevenzione delle Aziende Sanitarie Locali (ASL) competenti per territorio già a partire dal 1° gennaio 2019, via via che le comunicazioni affluiranno a sistema.

(fonte IPSOA)

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Sulla formazione e sulla sfera di controllo del subappaltante

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Una nuova pronuncia della Corte di Cassazione che si è soffermata sul rapporto tra  subappaltante e subappaltatore,  nel caso di infortunio di un dipendente di quest’ultimo, è la sentenza n. 18660 del 30 aprile 2018.

Una sentenza che indica come la sfera di controllo del subappaltante-committente non possa estendersi fino alla sostituzione del subappaltatore-datore di lavoro nell’attività di formazione-informazione dei dipendenti.

La sentenza della Corte di appello

Nella recente pronuncia della Cassazione si scrive che, con sentenza del 30 settembre 2016, “la Corte di appello di Torino ha confermato la sentenza di primo grado che ha assolto F.B. dal reato di lesioni personali colpose relativamente all’infortunio sul lavoro avvenuto durante l’intervento edilizio attuato dalla società del F.B., che aveva subappaltato opere di demolizione alla ditta I.R., alle cui dipendenze lavorava M.R. il quale aveva riportato gravi lesioni al bacino a seguito del crollo di un tramezzo in muratura avvenuto, appunto, nel corso dei lavori di demolizione. Secondo i giudici di merito dovevano ritenersi insussistenti i profili di responsabilità specificamente addebiti al F.B.”.

A questo proposito la Corte di appello, quanto alla omessa predisposizione di idonee misure atte ad evitare crolli intempestivi dei tramezzi, “riteneva dubbio che tali misure fossero nel caso necessarie, trattandosi di un tramezzo interno costruito in un momento successivo alla realizzazione dell’edificio, quindi privo di rilievo strutturale; osservava comunque che tale omissione non era stata rilevante nella causazione dell’incidente, essendo emerso pacificamente che il tramezzo si era ribaltato contro il M.R. poiché costui aveva deliberatamente disatteso le modalità operative recepite nel Piano Demolizioni predisposto dalla ditta F.B., che prevedevano l’abbattimento del muro dall’alto verso il basso, mentre il lavoratore aveva sferrato colpi di mazza verso la base del muro”.

E relativamente all’addebito di mancata formazione-informazione del lavoratore infortunato la stessa sentenza “concludeva nel senso che di tale obbligo non potesse farsi carico il F.B., trattandosi di compito specifico del datore di lavoro del M.R. (I.R.); né era emerso che l’imputato fosse a conoscenza della carente formazione dell’operaio in questione”.

Il ricorso per cassazione

In relazione a questa sentenza del 2016 “ha proposto ricorso per cassazione la parte civile M.R., lamentando, con unico motivo, la violazione di legge ed il vizio di motivazione della sentenza”.

In particolare secondo i ricorrenti nel caso è “provata l’ingerenza dell’imputato nelle scelte del subappaltatore I.R.” e la sentenza impugnata è contraddittoria “in quanto, da una parte, ritiene come non siano stati acquisiti dati probatori univoci sul fatto che la F.B. abbia svolto le attività di sorveglianza e controllo sulle opere di puntellamelo e verifiche preventive di stabilità, mentre dall’altra ritiene le stesse attività non indispensabili”.

Inoltre il ricorso:

  • deduce doglianze manifestamente infondate, prospettate in maniera assolutamente generica e aspecifica, non confrontandosi in alcun modo con le argomentazioni della sentenza impugnata, che ha invece ricostruito la vicenda in maniera esaustiva, congrua e giuridicamente corretta”;
  • insiste sulla nozione di ‘ingerenza’, ritenendo aprioristicamente la responsabilità del F.B. in virtù della sua posizione di soggetto subappaltante ingeritosi nell’ attività del subappaltatore (datore di lavoro del soggetto infortunato)”.

Le conclusioni della Corte di Cassazione

In relazione a tali deduzioni la Cassazione segnala che la sentenza impugnata “affronta adeguatamente il problema, e con motivazione che va esente da profili di illegittimità censurabili in questa sede, pur riconoscendo la compresenza delle due imprese nello stesso cantiere organizzato, e gli obblighi incombenti sul F.B. – limitatamente alla sua ‘sfera di controllo’ – quale soggetto facente capo alla ditta subappaltante, esclude motivatamente la ricorrenza dei due profili di colpa specifica contestati al prevenuto”.

In particolare quanto alla omessa predisposizione di ‘idonee misure atte ad evitare crolli intempestivi di tramezzi non adeguatamente ancorati alle murature perimetrali’, “la Corte distrettuale osserva che il crollo aveva interessato un tramezzo interno privo di rilevanza strutturale, quindi non necessitante di puntellamento, il cui cedimento era stato causato dallo stesso lavoratore (M.R.) il quale, seguendo una procedura operativa scorretta, aveva sferrato colpi di mazza verso la base del muro, provocandone il cedimento per mancanza di sostegno; rileva, quindi, l’insussistenza del nesso causale tra l’evento lesivo ed il mancato puntellamento del muro”.

Riguardo poi al profilo di colpa riguardante la mancata formazione-informazione del M.R., “la sentenza osserva, correttamente, come la sfera di controllo del subappaltante-committente non può estendersi fino alla sostituzione del subappaltatore-datore di lavoro nell’attività di formazione-informazione dei dipendenti di quest’ultimo (Sez. 4, n. 44131 del 15/07/2015, Heqimi ed altri, Rv. 26497401; Sez. 4, n. 3563 del 18/01/2012, Marangio e altri, Rv. 25267201), rilevando la non esigibilità di un controllo pressante, continuo e capillare del F.B. sull’organizzazione e l’andamento dei lavori, fino al punto di verificare in proprio la professionalità e la competenza in materia di sicurezza di ciascun dipendente della ditta subappaltatrice; né – continua la Corte territoriale – era emerso che l’imputato fosse posto a conoscenza della carente formazione del M.R.”.

In definitiva – continua la Cassazione – “si tratta di logiche e coerenti argomentazioni che non sono state in alcun modo specificamente contestate o confutate nel ricorso del M.R., che va pertanto dichiarato inammissibile”.

La Cassazione oltre a dichiarare inammissibile il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma in favore della cassa delle ammende.

Tiziano Menduto

 

Scarica la sentenza da cui è tratto l’articolo:

Corte di Cassazione Penale Sez. IV – Sentenza 30 aprile 2018, n. 18660 – Infortunio di un dipendente del subappaltatore. Il subappaltante-committente non può sostituirsi al subappaltatore-DL nella formazione dei dipendenti di quest’ultimo

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Newsletter e consenso: esigenze di marketing e rispetto del GDPR

EU General Data Protection Regulation, GDPR Design Concept

La ricezione di messaggi di posta elettronica per scopi promozionali, pubblicitari o di informazione commerciale, inviati senza che gli interessati abbiano manifestato in precedenza il proprio consenso, è divenuta, nell’attuale società dell’informazione, in preda all’incessante sviluppo delle nuove tecnologie, una pratica costante, tanto da giustificare l’intervento del Legislatore, sia nazionale che comunitario e, a più riprese, del Garante per la protezione dei dati personali.

L’indebito impiego della posta elettronica per finalità promozionali e pubblicitarie, infatti, si intreccia con la protezione dei dati personali dei soggetti destinatari: ciò in quanto l’utilizzo di un indirizzo di posta elettronica costituisce trattamento di dato personale[1], per la cui liceità è necessario che ricorra un’idonea base giuridica. Questa, nell’ipotesi in cui il trattamento abbia ad oggetto l’inoltro di comunicazioni aventi le finalità di cui sopra, si rinviene nel preventivo consenso dell’interessato, di talchè l’assenza di quest’ultimo è suscettibile di determinare un trattamento illecito di dati personali, sanzionabile ex art. 130 del Codice in materia di protezione dei dati personali (D.lgs. 196/2003 da ultimo modificato dal D.lgs. 101/2018).

Non da meno, sfociando tale pratica il più delle volte nella ricezione di notevoli quantitativi di pubblicità indesiderata, alla tematica in oggetto è strettamente connessa quella relativa al c.d. “spamming”, attività la quale consiste nell’invio di posta elettronica non richiesta, solitamente a carattere commerciale, in grossi quantitativi e in diverse riprese, a individui con i quali il mittente non ha alcun precedente contatto. Tale fenomeno, di regola, si verifica successivamente alla raccolta di un indirizzo mail in uno spazio pubblico internet.

In tutti questi casi, l’utilizzo spesso massivo della posta elettronica comporta una lesione ingiustificata dei diritti dei destinatari, costretti ad impiegare diverso tempo per mantenere un collegamento e per ricevere, come pure per esaminare e selezionare, tra i diversi messaggi ricevuti, quelli attesi o ricevibili oppure ad adottare “filtri” atti a verificare più attentamente la presenza di virus, o a cancellare rapidamente materiali inadatti a minori specie in ambito domestico. Il fenomeno interessa anche piccole e grandi imprese destinatarie di un elevato numero di messaggi, le quali devono farsi carico di misure interne e di costi anche organizzativi per contrastarlo.

Tanto premesso, il presente lavoro si propone di ripercorrere le tappe fondamentali caratterizzanti l’evoluzione normativa della materia, con lo scopo di fornire al lettore utili coordinate atte ad orientarsi nel complesso di regole che, ad oggi, disciplinano la questione.

Il quadro normativo di riferimento e gli interventi chiarificatori del Garante

Nell’attuale cornice ordinamentale, il tema dell’inoltro di e-mail a scopi promozionali/commerciali senza il preventivo consenso dell’interessato rinviene il suo principale fondamento normativo nel D.lgs. 196/2003(Codice in materia di protezione dei dati personali), il cui impianto originario è stato, di recente, oggetto di nuova profonda trasformazione, data dall’esigenza di coordinare il relativo testo con la nuova disciplina comunitaria di cui al Reg. (UE) 2016/679 (più comunemente noto come G.D.P.R.).

Nel dettaglio, l’art. 130 dell’attuale Codice della privacy, seppur nel solco di quanto già precedentemente previsto, sotto la rubrica “Comunicazioni indesiderate”, prescrive che le comunicazioni elettroniche effettuate mediante posta elettronica, telefax, messaggi del tipo mms o sms o di altro tipo, aventi quale finalità il compimento di ricerche di mercato o scopi commerciali, sono consentite solo con il consenso preventivo del contraente o utente (c.d. opt-in che, nel glossario del marketing, indica l’opzione attraverso la quale l’utente esprime il proprio consenso ad essere inserito in una mailing list per ricevere email pubblicitarie o informative).

L’applicazione concreta di tale impostazione, sin da tempi meno recenti, è stata rimessa al Garante per la protezione dei dati personali, il quale è più volte intervenuto in materia per il tramite di Linee guida, provvedimenti generali o, più semplicemente, newsletters a scopo informativo e/o divulgativo.

Risale, infatti, a più di un decennio addietro, un provvedimento di carattere generale, dal titolo emblematico “Spamming. Regole per un corretto invio delle e-mail pubblicitarie”[2] nell’ambito del quale, partendo dal presupposto che gli indirizzi di posta elettronica costituiscono dati di carattere personale (alla luce della normativa vigente allora in materia, rappresentata dalla L. 675/1996), si affermava che la loro utilizzazione per scopi promozionali e pubblicitari fosse consentita unicamente nell’ipotesi in cui il soggetto destinatario avesse manifestato in precedenza un consenso libero, specifico e informato. In tale occasione, inoltre, l’Autorità, ribadendo un costante orientamento, escludeva il diritto di disporre liberamente degli indirizzi di posta elettronica per inviare messaggi pubblicitari per il solo fatto che tali indirizzi fossero facilmente reperibili in Internet. In particolare, precisava il Garante, i dati dei singoli utenti che prendono parte a gruppi di discussione in Internet sono resi conoscibili in rete per le sole finalità di partecipazione ad una determinata discussione e non possono essere utilizzati per fini diversi in mancanza di un consenso specifico. Analoga conclusione era da applicarsi all’ipotesi in cui gli indirizzi di posta elettronica fossero compresi nella lista “anagrafica” degli abbonati ad un Internet provider oppure pubblicati su siti web di soggetti pubblici per fini istituzionali.

In altri termini, non può, proclamava il Garante, farsi a meno del consenso ritenendo che i dati personali relativi all’indirizzo di posta siano “pubblici” in quanto conoscibili da chiunque. La sola eccezione è rappresentata dall’esistenza di un pubblico registro, elenco, atto o documento conoscibile da chiunque perché vi è una specifica disciplina che ne impone la conoscibilità indifferenziata da parte del pubblico, e non anche quando i dati personali sono conoscibili da chiunque per mere circostanze di fatto (si pensi, ai casi di raccolta su siti web o di messaggi trasmessi su newsgroup o su mailing list, agli indirizzi di posta elettronica raccolti in rete tramite appositi software o mediante comuni motori di ricerca).

Spingendosi più in avanti nel tempo, risalgono al 2013 le adottate “Linee guida in materia di attività promozionale e contrasto allo spam[3] le quali, pur prendendo atto del mutato panorama normativo (come sopra indicato, il provvedimento generale citato in precedenza si basava sulla normativa al tempo in vigore e, in particolare, sulla L. 675/1996), evidenziavano, in premessa, l’emergere di nuove forme di spam, quali il “marketing virale”, le comunicazioni promozionali inviate tramite piattaforme tecnologiche di proprietà di soggetti terzi spesso situati all´estero e non agevolmente individuabili, il “marketing mirato”, grazie all´uso di meccanismi di profilazione dell´utente e il c.d. “social spam”. Nella presa d’atto che le suddette modalità comportassero rischi sempre più insidiosi ed invasivi della sfera personale degli interessati, anche in ragione dell’evolversi di nuove tecnologie, sempre più avanzate e di rapida diffusione, il Garante forniva alcuni chiarimenti utili ad offrire un aggiornato quadro di riferimento: affermava, infatti, che, ai fini della legittimità della comunicazione promozionale effettuata, non fosse lecito, con la medesima, avvisare della possibilità di opporsi a ulteriori invii, né fosse lecito chiedere, con tale primo messaggio promozionale, il consenso al trattamento dati per finalità promozionali.

Pertanto, senza il consenso preventivo – come costantemente ribadito in precedenti interventi – era da escludersi la possibilità di inviare comunicazioni promozionali con i predetti strumenti neanche nel caso in cui i dati personali fossero tratti da registri pubblici, elenchi, siti web atti o documenti conosciuti o conoscibili da chiunque. Analogamente, senza il consenso preventivo degli interessati, non era lecito utilizzare per inviare e-mail promozionali gli indirizzi pec contenuti nell´ “indice nazionale degli indirizzi pec delle imprese e dei professionisti”.

L’idoneità del consenso preventivo a costituire un’idonea base giuridica ai fini della ricezione di messaggi promozionali, come chiarito nelle esaminande Linee guida, rileva anche nell’ambito delle nuove forme di spam, prive attualmente di un’espressa disciplina normativa.

In particolare, con riferimento al c.d. social spam (intendendosi con tale locuzione l’insieme di attività mediante le quali lo spammer veicola messaggi e link attraverso le reti sociali online, come i social network), interessante risultava la precisazione del Garante, secondo il quale nell’ipotesi in cui l´utente fosse diventato “fan” della pagina di una determinata impresa o società oppure si fosse iscritto a un “gruppo” di follower di un determinato marchio, personaggio, prodotto o servizio, l´invio di comunicazione promozionale effettuato dall´impresa a cui faceva riferimento la relativa pagina, poteva considerarsi lecita se dal contesto o dalle modalità di funzionamento del social network, anche sulla base delle informazioni fornite, poteva evincersi in modo inequivocabile che l´interessato avesse in tal modo voluto manifestare anche la volontà di fornire il proprio consenso alla ricezione di messaggi promozionali da parte di quella determinata impresa.

Più di recente, intervenendo[4] ancora una volta sulla tematica in oggetto, il Garante per la protezione dei dati personali, segnalava il caso di  una società di consulenza finanziaria, la quale lamentava l´invio di numerose email promozionali indirizzate alle caselle di posta elettronica di alcuni suoi promotori senza che questi ne avessero autorizzato la ricezione. Dai successivi accertamenti emergeva che la raccolta degli indirizzi di posta elettronica da parte della società “incriminata” avveniva reperendo i medesimi da un albo pubblico di categoria presente su internet, nonché attraverso l´instaurazione di rapporti su Linkedin e Facebook o “pescando” contatti sui social. A fronte della giustificazione addotta dalla società mittente – secondo la quale l´iscrizione a un social network implicava un consenso all´utilizzo dei dati personali per l´attività di marketing – l’Autorità, nel provvedimento in esame sanciva che tale finalità non è in alcun modo compatibile con le funzioni dei social network, le quali sono preordinate alla condivisione di informazioni e allo sviluppo di contatti professionali, e non anche alla commercializzazione di prodotti e servizi. Confermando un indirizzo ormai costante, veniva precisato che non ha valore legittimante la circostanza della disponibilità online dei dati trattati poiché il requisito del consenso (informato e documentato per iscritto, oltre che libero e specifico) sussiste anche quando i dati personali (come, nella fattispecie, gli indirizzi di posta elettronica) siano rinvenibili in internet, in quanto l’agevole reperibilità di tali dati non ne autorizza il trattamento per qualsiasi scopo, ma soltanto per le specifiche finalità sottese alla loro pubblicazione. Non da meno, considerato che il consenso in questione deve avere carattere preventivo, resta illecito, in sua mancanza, l´invio di comunicazioni aventi oggetto promozionale che (come nel caso di specie) contengano l´avviso della possibilità di opporsi a ulteriori invii mediante apposito link per la cancellazione dalla newsletter. Tale misura trova infatti applicazione solo nella diversa in cui i destinatari delle comunicazioni promozionali siano già clienti della società mittente e le comunicazioni promozionali abbiano ad oggetto prodotti o servizi analoghi a quelli in precedenza acquistati dai medesimi.

Il dictum della Cassazione: no all’utilizzo dei dati personali indicati dall’interessato per l’iscrizione alla newsletter per l’invio di messaggi pubblicitari da parte di soggetti terzi senza che l’interessato abbia manifestato la volontà di riceverli (sentenza 2 luglio 2018, n. 17278).

Di recente, la Corte di Cassazione è intervenuta a identificare e delimitare la nozione di consenso, ai sensi della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali, concentrandosi, in particolare, sulla manifestazione del consenso necessario al trattamento dei dati personali per finalità promozionali. I giudizi di Piazza Cavour, in primis, rifacendosi alla definizione di consenso contenuta nel GDPR[5]distinguono tra il consenso richiesto a fini negoziali e quello richiesto ai fini del trattamento dei dati personali. Quest’ultimo, precisa la Cassazione, rappresenta un consenso “rafforzato” in quanto “dettato dall’esigenza di rimediare alla intrinseca situazione di debolezza dell’interessato, sia sotto il profilo dell’evidente asimmetria informativa, sia dal versante della tutela contro possibili tecniche aggressive o suggestive”.

Il consenso in esame, in altri termini, non solo, non sopporta di essere perturbato per effetto di vizio, errore, violenza o dolo, ma è tale da non ammettere possibili “stratagemmi, opacità, sotterfugi, slealtà, doppiezze o malizie” da parte del titolare del trattamento. Tali caratteristiche inducono a poterlo qualificare come “informato”, in quanto espressione del diritto di autodeterminazione dell’interessato e strettamente connesso alla previsione di obblighi di informazione contemplati in favore della parte ritenuta più debole. Soffermandosi sui caratteri peculiari della nozione di consenso, così come contenuta nell’art. 23 del Codice della privacy (ad oggi abrogato dal D.lgs. n. 101/2018) e nell’art. 4 del GDPR, la Corte pone l’accento sulla “specificità”, indicando tale attributo l’esigenza che il consenso vada singolarmente prestato per ciascuno degli effetti che è idoneo a produrre. Ciò significa che, laddove il consenso si estenda alla ricezione di messaggi promozionali anche da parte di terzi, occorre che il titolare del trattamento indichi trasparentemente tale effetto, cosicchè l’interessato sia posto nelle condizioni di averne contezza. Non da meno, la “specificità” è tale da caratterizzare il consenso in tutti i casi in cui questo viene riferito ad un trattamento chiaramente individuato: ciò comporta la necessità, almeno, dell’indicazione dei settori merceologici o dei servizi cui i messaggi pubblicitari saranno riferiti.

Con riguardo all’aspetto della libertà, invece, con l’intervento in parola, i Giudici sono stati chiamati a stabilire se il consenso possa definirsi liberamente prestato nell’ipotesi in cui l’offerta di un determinato servizio da parte del gestore di un sito Internet – nello specifico quello di newsletter – sia condizionato al rilascio del consenso all’utilizzo dei dati personali per il successivo invio, da parte di terzi, di messaggi pubblicitari. Avendo come riferimento normativo l’art. 7, comma 4[6], del G.D.P.R., la Cassazione afferma che nulla impedisce al gestore di un sito, nell’ipotesi in cui il servizio offerto sia né infungibile né irrinunciabile, di negare il servizio offerto a chi non si presti a ricevere messaggi promozionali, mentre ciò che gli è interdetto è di utilizzare i dati personali per somministrare o far somministrare informazioni pubblicitarie da parte di terzi soggetti a colui che non abbia manifestato la volontà di riceverli. È infatti da escludere che il consenso possa dirsi specificatamente e, dunque, liberamente prestato, nel caso in cui l’interessato nell’atto di iscriversi alla newsletter di un determinato gestore di un sito internet non abbia contezza che i suoi dati personali verranno trattati per l’invio di messaggi promozionali anche da parte di terzi, a nulla valendo che tale effetto venga descritto in un’altra pagina del sito web, consultabile dall’interessato mediante apposito link. Occorre, a tal fine, che l’interessato apponga una specifica spunta finalizzata a manifestare il suo consenso a ricevere messaggi promozionali anche da parte di terzi.

In conclusione, fornendo alcune, rilevanti coordinate ermeneutiche, la sentenza in parola induce a concludere che l’ordinamento, sia nazionale che comunitario, non vieta affatto lo scambio di dati personali ma esige che tale scambio sia frutto di un consenso pieno, specifico ed in nessun modo coartato.

(Altalex, 16 ottobre 2018. Articolo di Carmela Miranda)

_________________

[1] Il Reg. UE 2016/679 (comunemente noto come G.D.P.R.), all’art. 4 identifica il “dato personale” in “qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile («interessato»)”, precisando che “si considera identificabile la persona fisica che può essere identificata, direttamente o indirettamente, con particolare riferimento a un identificativo come il nome, un numero di identificazione, dati relativi all’ubicazione, un identificativo online o a uno o più elementi caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, genetica, psichica, economica, culturale o sociale.”.

[2] Provvedimento generale del 29 maggio 2003 “Spamming. Regole per un corretto invio delle e-mail pubblicitarie” (doc. web n. 29840).

[3] “Linee guida in materia di attività promozionale e contrasto allo spam” del 4 luglio 2013, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 174 del 26 luglio 2013 (Registro dei provvedimenti n. 330 del 4 luglio 2013).

[4] “Invio di e-mail promozionali senza consenso” (Registro dei provvedimenti n. 378 del 21 settembre 2017).

[5] Per consenso dell’interessato, ai sensi dell’art. 4, comma 11, del GDPR si intende “qualsiasi manifestazione di volontà libera, specifica, informata e inequivocabile dell’interessato, con la quale lo stesso manifesta il proprio assenso, mediante dichiarazione o azione positiva inequivocabile, che i dati personali che lo riguardano siano oggetto di trattamento”.

[6] “Nel valutare se il consenso sia stato liberamente prestato, tiene nella massima considerazione l’eventualità, tra le altre, che l’esecuzione di un contratto, compresa la prestazione di un servizio, sia condizionata alla prestazione del consenso al trattamento di dati personali non necessario all’esecuzione di tale contratto”.

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Sulla responsabilità dell’amministratore unico quale DdL

Sentenza_responsabilita_sicurezza

L’applicazione del principio di effettività e dell’art. 299 del D. Lgs. 9/4/2008 n. 81, contenente il Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro, è l’oggetto di questa sentenza della Corte di Cassazione che ha esaminato il ricorso dell’amministratore unico di una società condannato per una serie di violazioni delle norme di salute e sicurezza sul lavoro nella sua qualità di datore di lavoro di un’azienda che gestiva una attività di bar e ristorazione. Sul ricorso avanzato dall’imputato basato sulla circostanza che, alla luce dell’art. 299 del D. Lgs. n. 81/2008, il datore di lavoro dell’azienda non era il ricorrente ma colui che gestiva di fatto l’attività di ristorazione, la suprema Corte ha precisato che è vero che in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro in base al principio di effettivitàassume la posizione d garante colui il quale di fatto svolge i poteri dello stesso datore di lavoro ma l’assunzione di tali compiti però non esclude comunque, in assenza del conferimento di una delega, la responsabilità del datore di lavoro giuridico. La responsabilità dell’amministratore di una società, infatti, in ragione della posizione di garanzia assegnatagli dall’ordinamento, non viene meno per il fatto che il ruolo rivestito sia meramente apparente e, a maggior ragione come nel caso in esame, quando la qualifica giuridica soggettiva non sia stata neppure contestata, né sono stati conferiti ad altri i compiti spettanti al datore di lavoro.

Il caso e l’iter giudiziario

L’amministratore unico di una società ha ricorso per cassazione impugnando la sentenza con la quale il Tribunale lo aveva condannato alla pena di € 9.000,00 di ammenda per i reati di cui al decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81 di seguito indicati. Il ricorrente, avendo agito quale datore di lavoro in quanto amministratore unico della società era stato ritenuto in particolare responsabile:

A) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 29, comma I, 55 comma I, lett. ‘a’, del D. Lgs. n. 81/2008, poiché aveva trascurato di elaborare il documento di valutazione di tutti i rischi previsto dall’art. 17, comma I, lett. a) dello stesso decreto, relativamente al locale gestito dalla stessa e esercente attività di bar e ristorazione.

B) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 18, comma I, lett. ‘a’, 55, comma V, lett. ‘d’, del D. Lgs. n. 81/2008, poiché aveva trascurato di nominare il medico competente per l’effettuazione della sorveglianza sanitaria dei lavoratori addetti al bar, ristorante, servizi di catering, con mansioni di cuoco o cameriere, relativamente ai rischi per la salute presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione.

C) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 43, comma I, lett. V, 55, comma V, lett. ‘a’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché aveva trascurato di designare preventivamente i lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi ed antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave ed immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione dell’emergenza presso il locale esercente l’attività di bar e ristorazione.

D) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 36, comma I, 55, comma V, lett. ‘e’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione aveva trascurato di fornire ai lavoratori un’adeguata e documentata informazione sui rischi per la salute e per la sicurezza sul lavoro, sulle procedure di primo soccorso, sulla lotta antincendio, sull’evacuazione dei luoghi di lavoro, sui nominativi dei lavoratori incaricati per l’applicazione di tali misure, nonché sui nominativi del responsabile, degli addetti del servizio di protezione e di prevenzione e del medico competente.

E) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 36, comma II, 55, comma V, lett. ‘c’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione, aveva trascurato di fornire a ciascun lavoratore un’adeguata e documentata informazione sui rischi specifici cui era esposto in relazione all’attività svolta, sulla normativa di sicurezza e sulle disposizioni aziendali in materia, sui pericoli connessi all’uso di sostanze e di preparati pericolosi, sulle misure e le attività di protezione e prevenzione adottate.

F) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 37, comma I, 55, comma V, lett. ‘c’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione aveva trascurato di fornire ai lavoratori o equiparati una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con riferimento ai concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, organizzazione della prevenzione aziendale, diritti e doveri dei soggetti aziendali, organi di vigilanza, controllo, assistenza.

G) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 45, comma I, 55, comma V, lett. ‘a’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso Il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione, aveva trascurato di adottare i necessari provvedimenti in materia di primo soccorso e di assistenza medica in emergenza e quindi di mettere a disposizione dei lavoratori e delle altre persone presenti sui luoghi di lavoro un’idonea attrezzatura di primo soccorso, essendo presente una cassetta di pronto soccorso non conforme alla normativa.

H) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 64, comma I, lett. ‘a’, 68, comma I, lett. V, in relazione all’art. 63 e all’Allegato IV punto 4.1.3. del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale e nello specifico al piano interrato, al piano terra, al piano ammezzato, sala e servizi e nella cucina, aveva trascurato di predisporre mezzi ed impianti di estinzione idonei (apparecchi estintori portatili o carrellati di primo intervento), in rapporto alle particolari condizioni in cui possono essere usati. In particolare, gli estintori portatili non erano mantenuti in efficienza ed idoneamente controllati almeno una volta al semestre da personale esperto.

I) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 64, comma I, lett. ‘a’, 68, comma I, lett. V, in relazione all’art. 63 e all’Allegato IV punto 1.12.2 del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione, aveva trascurato di predisporre spogliatoi distinti per i due sessi e convenientemente arredati, mancando un’idonea chiusura e/o separazione del locale spogliatoio femminile da quello maschile.

L) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 17, lett. V, 55, comma I, lett. V, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione, aveva trascurato di provvedere alla designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dei rischi.

M) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 65, comma I, 68, comma I, lett. ’13’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione, aveva trascurato di richiedere preventivamente all’organo di vigilanza competente per territorio, in presenza di particolari e motivate esigenze tecniche, l’autorizzazione in deroga all’uso, da parte dei lavoratori o equiparati, di un locale sotterraneo di 140 mq adibito a magazzino e conservazione di materie prime in celle frigorifere.

N) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 80, comma III, 87, comma III, lett. ‘d’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione, aveva trascurato di adottare le misure tecniche ed organizzative necessarie ad eliminare o ridurre al minimo i rischi da contatto elettrico diretto e/o indiretto connesso all’impiego di impianti messi a disposizione dei lavoratori, non predisponendo le procedure di uso e manutenzione atte a garantire nel tempo la permanenza del livello di sicurezza raggiunto.

O) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 71, comma IV, lett. ‘a’, n. 2 , 87, comma II, lett. ‘c’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché presso il locale ove venivano svolte le attività di ristorazione, aveva trascurato di adottare le misure tecniche necessarie a garantire un’idonea manutenzione delle attrezzature di lavoro a disposizione dei dipendenti, al fine di garantire nel tempo la permanenza dei requisiti di sicurezza previsti dalle disposizioni legislative nazionali e comunitarie, dai manuali d’uso e di manutenzione, dalle pertinenti norme tecniche.

P) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 46, comma II, 55, comma V, lett. ‘c’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché aveva trascurato di adottare idonee misure per prevenire gli incendi e per tutelare l’incolumità dei lavoratori presso il locale esercente le attività di bar e ristorazione. In particolare aveva trascurato: di dotare il deposito al piano interrato di strutture verticali idonee a contenere lo sviluppo di fumi e di calore in caso di emergenza; di dotare il locale cucina di porte di accesso e di strutture murarie aventi caratteristiche di resistenza al fuoco predeterminata; di fornire i locali di efficienti estintori e di uscite di emergenza apribili nel senso dell’esodo, nonché di predisporre la valutazione di idoneità dei locali (area deposito interrata e cucina) in riferimento alle caratteristiche di resistenza al fuoco delle strutture fisse.

Q) della contravvenzione prevista e punita dagli artt. 163, comma I, 165, comma I, lett. ‘a’, del D. Lgs. n. 81/2008 poiché, pur in presenza di rischi non evitabili o non sufficientemente limitabili con misure, sistemi di organizzazione del lavoro, mezzi tecnici di protezione collettiva, anche a seguito della prevista valutazione, aveva trascurato di far ricorso alla segnaletica di sicurezza prescritta dagli Allegati da XXIV a XXXII del medesimo decreto, avuto riguardo all’attività di bar e ristorazione di cui al capo A).

L’imputato nel ricorso aveva denunciata un’erronea applicazione della legge penale con riferimento agli articoli 2, comma 1, lett. b) e 299 del D. Lgs. n. 81/2008 avendo il Tribunale riconosciuto la sua penale responsabilità in merito alle contravvenzioni contestategli in quanto lo stesso risultava essere l’amministratore unico ed il legale rappresentante della società. Le contravvenzioni contestate, infatti, ha sostenuto lo stesso ricorrente, avevano riguardato tutte le violazioni di specifici obblighi che il D. Lgs. n. 81/ 2008 impone in capo al datore di lavoro per garantire la sicurezza dei lavoratori e dei luoghi di lavoro e il Tribunale non aveva accolto la sua tesi difensiva secondo la quale il ruolo di datore di lavoro era da attribuire al gestore di fatto del locale nel quale si svolgeva l’attività di bar e ristorazione. Nel caso di società di capitali, aveva ancora sostenuto il ricorrente, viene generalmente individuato come datore di lavoro, l’amministratore unico mentre ai fini della responsabilità penale per l’individuazione del datore di lavoro occorre un’identificazione concreta ed effettiva del soggetto destinatario della nonna. L’articolo 299 del D. Lgs. n. 81/2008 disciplina, ha sottolineato il ricorrente, il cosiddetto principio di effettività secondo il quale le posizioni di garanzia del datore di lavoro gravano, a prescindere dall’investitura formale, su chi in concreto eserciti i poteri tipici del suo ruolo. La qualifica di datore di lavoro, pertanto, in base al combinato disposto degli artt. 299 e 2, comma 1, lett. b), del D. Lgs. n. 81/2008 sarebbe spettata nel caso in esame a chi, di fatto ed in concreto, era risultato titolare dei poteri decisionali e di spesa, compiti e funzioni che lo stesso ricorrente non ricopriva.

Le decisioni della Corte di Cassazione

Il ricorso è stato ritenuto inammissibile dalla Corte di Cassazione. In materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, ha precisato la stessa, la responsabilità dell’amministratore della società, in ragione della posizione di garanzia assegnatagli dall’ordinamento, non viene meno per il fatto che il ruolo rivestito sia meramente apparente e, a maggior ragione, come nel caso in esame, quando la qualifica giuridica soggettiva non sia stata neppure contestata, né è stata eccepita l’attribuzione, purché regolarmente conferita, ad altri dei compiti spettanti al datore di lavoro.

E’ vero che, in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro”, ha così sostenuto la Sez. III, “in base al principio di effettività, assume la posizione di garante colui il quale di fatto si accolla e svolge i poteri del datore di lavoro, sempre che vi sia una regolare delega e, comunque l’assunzione di detti compiti non vale, tuttavia, a rendere efficace una delega priva dei requisiti di legge  così come non esclude la responsabilità del datore di lavoro in assenza di conferimento della delega”.

E’ stato infatti affermato in giurisprudenza che, in materia di infortuni sul lavoro, gli obblighi di prevenzione, assicurazione e sorveglianza gravanti sul datore di lavoro, possono essere trasferiti ad altri soggetti a condizione che il relativo atto di delega, ex art. 16 del D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, riguardi un ambito ben definito e non l’intera gestione aziendale, sia espresso ed effettivo, non equivoco ed investa un soggetto qualificato per professionalità ed esperienza che sia dotato dei relativi poteri di organizzazione, gestione, controllo e spesa. In altri termini, l’atto di delega, ha precisato la Sez. III, per essere efficace deve essere corredato dai seguenti requisiti: 1) requisito della certezza e della precisione (la delega cioè deve essere puntuale ed espressa); 2) requisito del consenso (nel senso che deve esserci l’accettazione della delega da parte del delegato, trattandosi di atto recettizio del quale occorre fornire la prova); 3) requisito della idoneità (il conferimento deve avvenire a favore di soggetto professionalmente idoneo e qualificato); 4) requisito dell’autonomia (il delegato deve godere di poteri decisionali e di organizzazione autonomi nel senso che deve esercitare non solo le funzioni ma, se del caso, anche i correlativi poteri decisionali e di spesa, dovendo la effettività dei poteri riverberare anche sotto il profilo economico); 5) requisito della giusta causa (dovendo il trasferimento delle funzioni essere giustificato in base alle esigenze organizzative dell’impresa); 6) requisito della specificità (dovendo la delega riferirsi alla esecuzione di atti specifici, rispetto ai quali al delegato è trasferita non la competenza, ma la legittimazione al compimento dei singoli atti rientranti nella competenza del delegante); 7) requisito dell’onere della prova, nel senso che l’esistenza della delega, e dei suoi contenuti, deve essere giudizialmente provata in modo certo.

Nel caso in esame, ha così concluso la suprema Corte, dove neppure si è posto il problema del conferimento della delega, della sua validità e della sua efficacia, il principio di effettività non poteva essere quindi invocato da parte del soggetto in possesso della qualifica giuridica soggettiva di datore di lavoro per eccepire l’esonero della responsabilità che ex lege gli competeva. E sulla base delle precedenti considerazioni, in definitiva, che la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha gravato il ricorrente, ai sensi dell’articolo 616 del codice di procedura penale, delle spese del procedimento disponendo il versamento da parte dello stesso della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

(Punto Sicuro – Gerardo Porreca)

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Imparare dagli errori: gli infortuni relativi all’ancoraggio del carico

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Il primo caso riguarda un infortunio avvenuto per problemi alla stabilità del carico.

L’autista di un autocarro, poco prima di entrare in azienda, urta un cordolo della strada che causa lo sgonfiamento del pneumatico.

Posizionato il camion nel piazzale dell’azienda per lo scarico di pacchi di verghe lunghe 6 m, procede all’apertura delle sponde. In questa fase un pacco di verghe cade a terra urtando la gamba destra con conseguente trauma da schiacciamento dell’arto inferiore destro “con scuoiamento del III° distale della gamba e amputazione distale a livello metatarsale”.

Ciò avviene perché il carico “durante l’urto contro il cordolo si stabilizzava contro il piantone del cassone”.

fattori causali individuati nella scheda:

  • l’infortunato “non si accertava della stabilità del carico”;
  • presenza di “pacchi di verghe sul cassone dell’autocarro in posizione instabili in seguito all’urto”.

Ci occupiamo anche di un secondo caso relativo ad un infortunio durante l’operazione di ancoraggio del carico.

Un lavoratore giunge alla guida di un camion, adibito al trasporto di autovetture di proprietà di una ditta di autotrasporti presso un piazzale dell’area portuale dove vengono sistemate le autovetture che sono scaricate dalle navi.

Il lavoratore arriva sul piazzale con altri due colleghi di lavoro ed insieme iniziano a caricare il camion con alcune autovetture presenti sul piazzale. I colleghi di lavoro dell’infortunato provvedono ad andare a prendere le macchine posteggiate sul piazzale e guidarle fino in prossimità del camion, mentre l’infortunato le fa salire sopra al pianale superiore del camion e provvede ad ancorare le ruote delle autovetture mediante dei dispositivi che fissano le ruote al pianale. Vengono inoltre utilizzate anche delle cinghie per effettuare l’ancoraggio delle ruote. Il camion caricato risulta costituito da una motrice con due piani sovrapposti di carico delle automobili; ad esso è agganciato un rimorchio anch’esso adibito al trasporto delle auto con due piani sovrapposti di carico, che presenta il pianale superiore inclinato in modo da consentire l’accesso ed il carico delle automobili sul pianale superiore.

Dopo l’incidente l’infortunato è stato trovato riverso a terra sul lato destro del camion in prossimità della mezzeria dello stesso dove vi è il punto di distacco della motrice dal rimorchio. La scheda indica che “non essendoci testimoni diretti dell’infortunio, l’ipotesi più accreditata è quella che l’infortunato si trovasse in cima alla rampa di carico del pianale superiore del rimorchio e che fosse accucciato, intento a fissare un dispositivo di ancoraggio alla ruota anteriore destra di una automobile, che si trovava sopra al rimorchio in tale posizione; lo spazio consentito dal pianale per operare era, in quel punto, alquanto ristretto. Il dispositivo di ancoraggio della ruota che si ritiene venisse fissato dall’infortunato si trova ad un’altezza da terra di circa 2,60 m; si deve inoltre rilevare che in tale posizione non è presente il parapetto, infatti il rimorchio risulta dotato per il pianale superiore di carico di un parapetto costituito da due correnti posti rispettivamente ad un’altezza dal piano di 107 cm e di 61 cm costituiti da funi di acciaio tese; vi è inoltre, all’estremità del piano, un bordo rialzato di circa 5 cm. Tale parapetto non copre un tratto di circa 2 m nella parte anteriore del rimorchio dove il pianale superiore presenta una parte retrattile e dove vi è la separazione tra motrice e rimorchio”.

Si ritiene, anche in considerazione delle lesioni subite, che “l’infortunato sia caduto da tale posizione mentre effettuava la sopra descritta operazione di ancoraggio. I dispositivi di ancoraggio delle ruote (cunei) risultano dei telai metallici aventi una sezione di tipo triangolare con ingombro alla base di circa 19 cm, altezza di 14 cm e lunghezza di 46 cm. L’applicazione dei cunei è piuttosto semplice in quanto basta inserire i ganci presenti sotto ai cunei dentro le asole ricavate sui pianali ed azionare due levette che fissano i ganci al piano. Nel manuale d’uso e manutenzione della bisarca viene indicato che il bloccaggio delle vetture con i sistemi di arresto in dotazione, deve essere effettuato con pianali superiori motrice e rimorchio abbassati.

Nel documento di valutazione dei rischi della ditta di autotrasporti di cui era dipendente l’infortunato vengono date, agli autisti delle bisarche, alcune indicazioni per il carico delle autovetture; viene detto che l’autista deve provvedere ad abbassare tramite i sistemi idraulici presenti a bordo dell’autoarticolato il ripiano superiore, per l’alloggiamento della prima fila di autovetture; una volta abbassato il pianale provvede al carico e allo stazionamento (apposizione di blocchi di sicurezza alle ruote dei veicoli) delle autovetture, servendosi dei dispositivi di protezione collettivi presenti a bordo (passerelle di servizio dotate di parapetti predisposti dalla casa costruttrice); infine, una volta a terra, mediante il sistema idraulico risolleverà il pianale in quota e posizionerà la seconda fila di macchine sul piano inferiore. Tale documento di valutazione dei rischi, della ditta di cui era dipendente l’infortunato, presentava poche e generiche indicazioni che non precisavano dettagliatamente le operazioni che gli addetti dovevano seguire per effettuare in sicurezza (essendo presenti questi elementi di rischio di caduta dall’alto sui pianali superiori) il carico e l’ ancoraggio dei mezzi trasportati, considerando il fatto che le motrici ed i relativi rimorchi presentano svariate modalità di carico e disposizione degli automezzi. Possono essere infatti caricati diversi tipi di macchine con lunghezze differenti, così come possono essere trasportati furgoni aventi altezze maggiori; a seconda del numero di automezzi da trasportare, è possibile fare uso o meno delle prolunghe estensibili dei pianali di carico e quindi dover andare ad agire in posizioni dove non sono presenti parapetti di protezione contro il rischio di caduta dall’alto”.

Dall’osservazione del carico di bisarche (autotreni, autoarticolati a due piani) da parte di altri autotrasportatori (estranei all’infortunio), “si è potuto osservare che, per effettuare il bloccaggio delle automobili mediante i cunei e le cinghie sul pianale superiore del rimorchio, l’autista, dopo aver condotto le macchine su tale piano disposto in posizione inclinata, può far scendere questo pianale ad un’altezza tale da poter compiere l’operazione in sicurezza da terra”.

Dunque l’infortunio è avvenuto “per effettuazione dell’operazione di ancoraggio in elevazione invece che operando da terra”.

La prevenzione nell’ancoraggio del carico

Torniamo al rischio di infortunio di lavoro a causa di carichi instabili, mal distribuiti o mal ancorati e rimandiamo innanzitutto alla lettura del DM 215/2017, segnalando che l’applicazione delle disposizioni riguardanti il sistema di classificazione del rischio decorre dal 20 maggio 2019.

Possiamo inoltre raccogliere anche alcuni utili suggerimenti per la prevenzione degli infortuni dalle “Linee guida europee sulle migliori pratiche. Fissazione del carico per il trasporto su strada”, pubblicate dalla Commissione dell’Unione Europea nel 2014.

Linee guida che mirano a fornire istruzioni di base e consigli pratici a tutti i soggetti impegnati in operazioni di carico/scarico e fissazione del carico sui veicoli, compresi vettori e spedizionieri. Linee guida che possono risultare utili anche alle autorità preposte all’applicazione della legge per l’esecuzione di controlli tecnici su strada in conformità alla direttiva 2014/47/UE.

Dalle linee guida riprendiamo, in conclusione, alcune indicazioni sulle responsabilità relative alla fissazione del carico.

Responsabilità/azioni relative alle operazioni di carico:

  1. “Accertarsi che vengano caricate solo merci sicure e idonee al trasporto;
  2. verificare la disponibilità di un piano di fissazione del carico quando si inizia a caricare;
  3. accertarsi che possano essere forniti tutti i certificati dei componenti del veicolo utilizzati per la fissazione del carico;
  4. accertarsi che il veicolo sia in buone condizioni e che il vano di carico sia pulito;
  5. accertarsi che tutte le attrezzature necessarie alla fissazione del carico siano disponibili e in buono stato quando si inizia a caricare;
  6. accertarsi che il pavimento del veicolo non venga sollecitato eccessivamente durante le operazioni di carico;
  7. accertarsi che il carico sia correttamente distribuito nel veicolo, tenendo conto della distribuzione del carico sugli assi e degli spazi vuoti ammessi (nel piano di fissazione, ove disponibile);
  8. accertarsi che il veicolo non venga caricato eccessivamente;
  9. accertarsi che tutte le attrezzature supplementari quali tappeti anti-slittamento, materiali di riempimento e di fardaggio, barre di bloccaggio e tutte le altre attrezzature di ancoraggio da fissare durante le operazioni di carico, siano posizionate correttamente (in base al piano di fissazione, ove disponibile);
  10. accertarsi che il veicolo sia correttamente sigillato, se del caso;
  11. accertarsi che tutte le attrezzature di ancoraggio siano correttamente posizionate (in base al piano di fissazione, ove disponibile);
  12. chiudere il veicolo, se del caso”.

Responsabilità/azioni relative alla guida:

  1. “Esame visivo dell’esterno del veicolo e del carico, ove accessibile, per verificare la presenza di situazioni di evidente pericolo;
  2. accertarsi che possano essere presentati tutti i certificati/contrassegni dei componenti del veicolo utilizzati per la fissazione del carico, se necessario;
  3. effettuare controlli regolari della fissazione del carico durante il viaggio nella misura in cui sia possibile accedervi”.

(fonte Punto Sicuro – Tiziano Menduto)

Sito web di INFOR.MO.: nell’articolo abbiamo presentato le schede numero 1429 5875 (archivio incidenti 2002/2015).

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Incidenti causati dai Tir destinati a crescere

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“In futuro gli incidenti stradali con coinvolti mezzi pesanti saranno destinati ad aumentare per colpa della presenza su strade e autostrade di troppi mezzi vecchi e pericolosi”. È una previsione decisamente allarmante, e che non può non obbligare a riflettere,  quella fatta da Franco Fenoglio, presidente della Sezione veicoli industriali di Unrae, l’associazione delle case automobilistiche estere in Italia, che  intervenendo alla tavola rotonda organizzata da Fai Brescia in occasione della sua assemblea generale per analizzare vari temi legati all’autotrasporto in Italia, a partire proprio dalla sicurezza, non ha avuto esitazioni: “il rischio che la situazione possa aggravarsi è reale e sono i dati a testimoniarlo”.

Dati che  il presidente di Unrae, oltre che di Italscania  Spa,  ha  presentato evidenziando innanzitutto come “il parco circolante italiano risulti essere tra i più datati d’Europa, con il 63,1 per cento dei veicoli, corrispondenti a 418.500 mezzi su un totale di 663.500, ante Euro 4. E soltanto 82.300 veicoli, il 12,4 per cento del parco circolante, è Euro 6″, ha aggiunto Franco Fenoglio. “Questo provoca conseguenze negative non solo dal punto di vista ambientale ma anche e soprattutto dal punto di vista della sicurezza”. Un’affermazione immediatamente supportata dai dati: “Basti pensare che solo il 4,2 per cento dei mezzi in circolazione è dotato dei più avanzati sistemi di sicurezza introdotti a partire dal novembre 2015, e mi riferisco in particolare ai sistemi di sicurezza attiva Aebs, ovvero al sistema complessivo avanzato per frenata autonoma di emergenza,  e all’ Ldw, il sistema che segnala automaticamente quando il mezzo pesante non rimane nella propria corsia di marcia”.  

Sistemi, come ha prontamente commentato il vicepresidente nazionale di Conftrasporto Paolo Uggè, seduto al tavolo dei relatori insieme a Franco Fenoglio  nella sala conferenze di Ubi banca a Brescia, che forse avrebbero potuto impedire tragedie stradali, come quella avvenuta in estate alle porte di Bologna dove un’autocisterna carica di gas ha tamponato un altro mezzo pesante incendiandosi”. 

Incidenti che potrebbero ripetersi con maggior frequenza, secondo la previsione di Franco Fenoglio, proprio per l’insicurezza di troppi mezzi pesanti in circolazione e destinati a viaggiare ancora per olto tempo se il Governo non saprà intervenire. “Perchè  il  rinnovo del parco circolante procede a rilento”, ha aggiunto sempre Franco Fenoglio, “perchè con  con i ritmi attuali saranno necessari circa 17 anni per ottenere il rinnovo completo del parco ante Euro 4. Ecco perché sostengo che, con questi presupporti, l’incidentalità dei mezzi pesanti è destinata a crescere”. Una vera e propria emergenza di fronte alla quale  appare indispensabile non intervenire più con “singoli” interventi, spesso  slegati fra di loro, ma pianificando una strategia, mettendo in campo decisioni “strutturali”. Ma quali sono le manovre che il Governo potrebbe/dovrebbe avviare per sostenere il mondo dell’autotrasporto in questo ricambio radicale dei mezzi più vecchi e pericolosi sia per l’ambiente sia per la sicurezza?

“Il Governo dovrebbe definire una politica industriale e sociale del settore che, considerata la sua portata strategica, identifichi interventi strutturali di sostegno che comprendano il rinnovo e l’ammodernamento del parco, incrementandone sensibilmente la sostenibilità, la sicurezza e quindi l’affidabilità”, è la risposta del presidente di Unrae. “Il mercato, infatti, è fortemente influenzato dalla disponibilità di incentivi non strutturali finora previsti da varie norme di legge. Si determinano così situazioni di rinvio delle decisioni di acquisto di fronte all’aspettativa di nuovi provvedimenti di sostegno. Per favorire un rapido rinnovo/ricambio del parco dei veicoli circolanti, sono necessarie politiche di sostegno agli investimenti così da raggiungere la maggiore sostenibilità ambientale ed economica possibile, nonché la massima sicurezza della circolazione e del trasporto, anche attraverso meccanismi di premialità (bonus-malus) legati al principio che chi più inquina ed è meno sicuro, più paga. Peccato che attualmente in Italia le cose siano ben diverse: visto che, come testimoniato da uno studio presentato recentemente a Cernobbio al 4° Forum Conftrasporto Confcommercio, attualmente i mezzi stradali meno inquinanti pagano più tasse anche dei mezzi più inquinanti”.

Un quadro già di per se  ad alto rischio aggravato dall’emigrazione all’estero di imprese di autotrasporto italiane, non solo verso i Paesi dell’est europeo, ma anche verso Paesi a noi più vicini quanto a situazione economica e sociale, che, spiega sempre il presidente di Unrae, “ci indica che per l’Italia è particolarmente difficile sostenere in condizioni di sostanziale equilibrio la competitività degli altri Stati e dei relativi sistemi trasportistici.

È quindi necessario mettere in atto delle azioni che consentano alle aziende italiane di operare nel nostro Paese, evitando il costante esodo all’estero che determina una perdita di risorse preziose per l’Italia. Per concludere il Governo dovrebbe mettere in atto della azioni più incisive per sostenere fiscalmente le aziende di autotrasporto che impiegheranno i giovani specificamente formati con fondi pubblici per progetti dedicati (per esempio il progetto Giovani conducenti promosso dall’Albo con le diverse associazioni di categoria) al fine di evitare che quei giovani finiscano poi per trovare impiego in altri Paesi, dove la carenza di conducenti è sentita come in Italia, ma dove la gestione delle aziende di autotrasporto è meno complicata e le condizioni di lavoro sono migliori”. Una situazione ad alto rischio che richiede immediate risposte dal Governo, ma non solo.Anche il mondo dell’autotrasporto può e deve contribuire a questa campagna di sicurezza… 

“Sarebbe di fondamentale importanza dare maggior importanza al ruolo del conducente di veicoli industriali, alla sua formazione professionale”, sottolinea Franco Fenoglio “e questo proprio perché la tecnologia applicata oggi ai veicoli industriali è la più sofisticata e aggiornata tra quante equipaggiano i mezzi stradali. Le case costruttrici di veicoli industriali hanno investito e continuano a investire somme importanti nello sviluppo di soluzioni di trasporto sostenibili e al tempo stesso sicure. Questi mezzi, estremamente all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, richiedono però un’elevata qualificazione dei conducenti, che oltre a saper condurre il veicolo secondo canoni di comportamento “virtuoso” in termini di risparmi energetici e sicurezza, dovranno avere una “cultura” della logistica più ampia e responsabile, e occuparsi anche delle operazioni accessorie alla guida, in una ottica di gestione complessiva del trasporto che stanno effettuando. Quella del conducente di veicoli industriali sarà una professione particolarmente richiesta nei prossimi 5 anni, secondo alcune stime in Italia avremmo bisogno di 20.000 autisti, 180.000 in Europa. È di fondamentale importanza che queste risorse siano formate per svolgere al meglio la propria professione”.

Fonte: STRADAFACENDO

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