La sicurezza che ci serve oggi: meno documenti e più sostanza

La questione della sicurezza e salute sul lavoro è un valore etico primario e quindi deve essere garantito, per effetto della Costituzione, a tutti coloro che prestano la loro opera a fronte di un corrispettivo.
Nondimeno in una situazione di  crisi congiunturale gravissima nel settore industriale, fare discorsi teorici porta a poco risultato. Eppure esistono delle chiavi di lettura che salvano la visione etica/umana contemporaneamente a quella di sviluppo industriale.
È evidente che dobbiamo inventarci una logica nuova, addirittura un nuovo linguaggio, se vogliamo fare fronte adeguatamente a questa sfida. Sfida, vorremmo essere chiari, difficilissima da vincere!
Le premesse oggettive non sono buone, nel senso ben noto e ormai affermato apertamente sia dalle associazioni imprenditoriali che dalle organizzazioni sindacali, che noi (loro) non siamo più gli unici artefici del nostro destino. Che in questi anni si sia lavorato male, anzi malissimo, è sotto gli occhi di tutti, ma se lavoreremo bene a livello industriale senza una politica adeguata in ambito nazionale e comunitario, ci resterà qualche opportunità di invertire la rotta? Io credo di no.
Come è cambiato il quadro di riferimento
In un momento di ricchezza, quella che allora veniva chiamata lotta di classe contrapponeva industria e sindacato col fine (non sempre perseguito con il dovuto equilibrio) di una più equa distribuzione della ricchezza. Le battaglie delle Unions, talvolta eccessivamente violente, si basavano comunque su un principio sacrosanto; chi produce, fisicamente col proprio lavoro, ha diritto di essere partecipe dell’arricchimento che lui stesso produce. In una misura adeguata, certo, ma nel rispetto della dignità e della libertà della persona.
Quei tempi sono passati anche perché i risultati fondamentali sono stati raggiunti e legiferati, talvolta addirittura con eccesso di zelo.
Quindi oggi quale è la aspirazione del lavoratore?
Avere un lavoro che gli consenta di accedere ai propri diritti fondamentali, anche senza quegli eccessi che negli anni passati la ricchezza generalizzata aveva permesso.
Dall’altra l’industriale vuole salvare quel bene, l’azienda, in cui ha investito la vita e il proprio denaro, accedendo anche lui a quei diritti fondamentali che gli sarebbero negati se la sua azienda dovesse fallire.
In entrambi i casi facciamo salvi i casi di disonesti e truffatori.
Questa convergenza evidente rischia però che entrambi i soggetti mettano da parte un altro elemento fondamentale di diritto: la salute e la sicurezza sul lavoro.
Gli industriali perché appare un inutile aggravio in un momento di vera e gravissima crisi, i sindacati e i singoli lavoratori perché le loro priorità attuali sono assolutamente diverse.
Attenzione, questo non porta a una nuova immoralità, alla volontà di tornare indietro, ma all’arresto di un processo virtuoso di miglioramento che data dall’immediato dopoguerra e si accelera con decisione nell’ultimo decennio.
La sicurezza come fattore di sistema industriale
Allora vediamo un attimo come possiamo ridefinire la sicurezza oggi in funzione degli interessi primari dei soggetti sopra citati. La sicurezza ha tanto più valore quanto più una azienda e la compagine dei suoi lavoratori riescono a preservare e fare crescere il patrimonio di competitività e innovatività aziendale. Sacrificare queste caratteristiche per infortuni o malattie professionali, e per la demoralizzazione diffusa che questi eventi, se gravi, si portano dietro, sarebbe come dichiarare la prossima chiusura di quella azienda. Non esiste denaro, poco peraltro, che giustifichi questo percorso, sia che finisca nelle tasche dell’imprenditore, sia che invece finisca in quelle dei lavoratori.
Perdere conoscenza, perdere capacità, perdere slancio, questa è la fine delle aziende. E se tale perdita deriva da questioni di sicurezza e salute, ebbene poco cambia.
Allora la visione della sicurezza cambia, diventa visione di competitività e di futuro.
Non è più il rispetto di regole europee spesso farraginose, e comunque scritte da chi in fabbrica ha vissuto poco o nulla. Enunciare splendidi principi serve davvero a poco se la società è matura, come la nostra, per andare ad applicare la sostanza.
La sicurezza che ci serve oggi
Le leggi sono sempre di più e aiutano sempre meno; spesso confondono, altre volte portano la nostra attenzione su fattori marginali facendoci perdere di vista la sostanza.
Dobbiamo dare un taglio netto e tornare agli enunciati fondamentali: il lavoro NON deve assolutamente portare a rovinare (cambiare radicalmente) la vita di una persona, o addirittura a farla morire. Questo è il principio! Il resto sono chiacchiere, carte spesso inutili, tempo spesso sprecato quando potrebbe essere utilizzato, ancora su sicurezza e salute, per raggiungere risultati ben più concreti.
La innovazione principale introdotta dal D.Lgs. 626/94, dalle direttive di prodotto (direttiva macchine 98/37/CE) e dalle successive loro modificazioni è stata la valutazione dei rischi. Un problema di sicurezza è importante tanto più è elevato il rischio, il rischio concreto, quello che si potrebbe manifestare in azienda.
Il resto sono solo conseguenze legislative (p. es. i titoli del D.Lgs. 81/2008 a partire dal II in poi) che talvolta sono anche poco coerenti col principio di valutazione dei rischi.
Qualcuno obietterà: ma senza quelle disposizioni legislative non si sarebbe fatto nulla del tutto. Vero, ma quel tempo è passato e i nostri legislatori europei operano come se si ragionasse ancora come negli anni ’50. Diamoci una svegliata, semplifichiamo e puliamo.
Cosa vorremmo oggi
Il Datore di Lavoro, per la sua posizione nella società di soggetto che trae il massimo utile dal successo della stessa, è il garante della sicurezza di tutti i suoi collaboratori. I lavoratori, per parte loro, devono collaborare al loro meglio, e sarebbe ben assurdo il contrario, a garantire la propria e la altrui salute e sicurezza.
Ma per fare questo, oltre ai due principi elementari sopra espressi, serve poco; deciso chi deve fare e quali sono gli obiettivi, si andrà poi a giudicare il suo operato. Oggi appesantiamo gli adempimenti puntuali delle aziende e togliamo risorse agli enti di controllo! Che senso ha?
La comunità aziendale tutta ha il dovere di lavorare bene; tutti devono impegnarsi su salute e sicurezza secondo il proprio ruolo. Poi si giudicherà dai risultati! Finiamola con la carta inutile.
Uno spiraglio di luce
L’estensione della responsabilità amministrativa ex D.Lgs. 231/2001 ai reati in materia di sicurezza e salute sul lavoro ha aperto unasperanza; una disposizione di applicazione volontaria che dice però alla azienda, come ente, che se sbaglierà cercando il proprio interesse o vantaggio, sarà punita.
A mio avviso bellissima impostazione, ma con due limiti: pene troppo alte che scoraggiano i giudici dalla loro applicazione, e ancora troppa carta da produrre per fare vedere che l’azienda si è impegnata. Basta: meno registrazioni e più sostanza! Altrimenti, se vogliamo fare tutto sulla carta, ma allora a cosa serve la magistratura, a fare da notaio?
Però è una speranza, un nuovo modo di vedere le cose, speriamo che invece che affossato come vorrebbe qualcuno (e mi duole dirlo, anche fra gli industriali), tutto ciò venga migliorato e ne vengano mitigati gli eccessi.
Ma non basta, ci vuole ancora altro, un amico carissimo parla di cambiamento di mentalità! E lo intende esteso a tutti, dagli imprenditori ai lavoratori. Io condivido a pieno ma dico anche che è davvero dura con i tempi ristretti che abbiamo davanti per tirarci fuori dal pantano di questa crisi.
Alessandro Mazzeranghi
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