Sicurezza sul lavoro, nell’Accordo Stato-Regioni 2016 amare sorprese

Ad una meno distratta analisi dei contenuti ci si accorge che l’Accordo Stato-Regioni n. 128 del 7 luglio 2016, finalizzato alla individuazione della durata e dei contenuti minimi dei percorsi formativi per i responsabili e gli addetti dei servizi di prevenzione e protezione, è in realtà una sorta di omnibus in quanto allarga la propria visuale ad altri destinatari della formazione, e, in particolare, considera anche la formazione dei lavoratori. La lettura approfondita del testo apre ad amare sorprese e solleva dubbi di legittimità dell’Accordo in quanto contrasta con la norma gerarchicamente sovraordinata dell’art. 37 TUSL.

L’Accordo Stato-Regioni n. 128 del 7 luglio 2016 riserva più di una sorpresa. E la prima è che l’Accordo è intitolato, ed è noto come “Accordo finalizzato alla individuazione della durata e dei contenuti minimi dei percorsi formativi per i responsabili e gli addetti dei servizi di prevenzione e protezione, ai sensi dell’articolo 32 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni”. Tanto è vero che appunto nel titolo indica la sua base normativa proprio in quell’art. 32 D.Lgs. n. 81/2008 che disciplina le capacità e i requisiti professionali degli addetti e dei responsabili dei servizi di prevenzione e protezione interni ed esterni.

Solo che, ad una meno distratta analisi dei suoi contenuti, ci si accorge che l’Accordo è in realtà una sorta di omnibus, in quanto allarga la propria visuale ad altri destinatari della formazione, e, in particolare, considera anche la formazione dei lavoratori, provvedendo a introdurre disposizioni modificative dell’Accordo del 21 dicembre 2011. Ed è proprio qui che si coglie un’ulteriore, amara sorpresa.

Istruttiva è la lettura dell’Allegato V nell’Accordo 2016. Ne desumiamo, in primo luogo, che, per i lavoratori, l’erogazione in e-learning è possibile sia nei corsi di formazione base per la formazione generale e specifica nelle aziende a basso rischio (indicate nella tabella di cui all’allegato Il dell’Accordo del 21 dicembre 2011), sia nei corsi di aggiornamento, e sono dunque ormai superate in proposito le indicazioni date dall’Interpello n. 4 del 21 marzo 2016 della Commissione per gli Interpelli istituita presso il Ministero del Lavoro.

Ma soprattutto dall’Allegato V desumiamo che, per i lavoratori, la verifica dell’apprendimento non è prevista nei corsi di aggiornamento, e nemmeno nei corsi di formazione base. Con un’unica, in definitiva singolare, eccezione: proprio quelle aziende a basso rischio in cui il corso per la formazione generale e speciale sia stata erogato in e-learning.
Già l’Accordo del 21 dicembre 2011 si prestava alla critica sotto questo profilo. Ma errare è umano, perseverare è diabolico.

Mai come in questi ultimi tempi, sulla scorta del TUSL, la giurisprudenza ha approfondito il tema, prendendo le mosse dall’art. 20, comma 1, TUSL: “ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni”. Come chiarisce la Corte Suprema, questa norma introduce un basilare principio, la trasformazione del lavoratore da mero creditore di sicurezza in debitore di sicurezza. A una condizione, però: che, secondo quanto esplicitamente stabilisce lo stesso art. 20, comma 1, TUSL, il lavoratore sia formato. E si badi: effettivamente formato. Altrimenti, il datore di lavoro si sentirà dire quel che all’amministratore delegato di una società la Cassazione rimproverò in un caso d’infortunio: il lavoratore infortunato fu negligente, ma questa negligenza è il frutto dell’inadempimento dell’obbligo di formazione gravante sul datore di lavoro.

Ecco perché la Suprema Corte tanto insiste sull’effettività della formazione. Infatti, in base all’art. 37 TUSL, insegna costantemente che “è obbligo dei responsabili della sicurezza attivarsi per controllare fino alla pedanteria che i lavoratori assimilino le norme antinfortunistiche nell’ordinaria prassi di lavoro”, e che “i soggetti responsabili della sicurezza dei lavoratori, in quanto garanti dalla integrità fisica del lavoratore, devono attivarsi e controllare che le regole di sicurezza siano assimilate dai lavoratori e rispettate nella ordinaria prassi di lavoro”.

Dunque, una duplice esigenza: verifica dell’apprendimento; e vigilanza sul campo.
L’Accordo del 2016 non soddisfa l’una, né l’altra esigenza. Sotto questo profilo, contrasta con la norma gerarchicamente sovraordinata dell’art. 37 TUSL, così come interpretato dalla Suprema Corte, ed è, dunque, illegittimo. In ogni caso, l’impresa non sarebbe accorta se si lasciasse sfuggire un’occasione tanto propizia per trasformare i propri lavoratori da meri creditori in debitori di sicurezza.

IPSOA – Raffaele Guariniello – già Magistrato, Procura della Repubblica di Torino

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