Privacy 4.0: quanto rischia l’azienda nei controlli a distanza dei dipendenti

E’ entrato in vigore il 19 settembre il nuovo codice privacy, il decreto legislativo di adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del GDPR – Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016.

Plurimi sono i riflessi lavoristici derivanti dalle modifiche apportate alla disciplina sulla protezione delle persone fisiche al trattamento dei dati personali.
Il D.Lgs. 10 agosto 2018 n. 101 è molto articolato e complesso e di difficile lettura perché interviene con modifiche, a volte molto settoriali, sul testo del Codice in materia di protezione dei dati personali (D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196) che rimane, per il resto, inalterato.

Premessa è la rilevanza pubblica dei trattamenti di dati effettuata da soggetti in materia di “attività di controllo e ispettive” e, più in particolare, di “compiti di igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro”, concetto ulteriormente precisato nel suo riferirsi alla “instaurazione, gestione ed estinzione, di rapporti di lavoro di qualunque tipo, anche non retribuito o onorario, e di altre forme di impiego, materia sindacale, occupazione e collocamento obbligatorio, previdenza e assistenza, tutela delle minoranze e pari opportunità nell’ambito dei rapporti di lavoro, adempimento degli obblighi retributivi, fiscali e contabili, igiene e sicurezza del lavoro o di sicurezza o salute della popolazione, accertamento della responsabilità civile, disciplinare e contabile, attività ispettiva”.

Centrale rilevanza è riconosciuta al “controllo a distanza” che, nell’art. 114 del Codice della Privacy, vede precisare le “garanzie in materia di controllo a distanza” e all’art. 171 (anch’esso oggetto di sostituzione), vede delineare il regime sanzionatorio degli illeciti datoriali in materia.

Rubricata “Violazioni delle disposizioni in materia di controlli a distanza e indagini sulle opinioni dei lavoratori”, la norma da ultimo citata ricollega alla violazione degli artt. 4 commi 1 e 8 dello Statuto dei Lavoratori le sanzioni penali di cui all’art. 38.

La materia merita una qualche riflessione perché in precedenza, a seguito dell’abrogazione degli artt. 4 e 38 della legge 20 maggio 1970, n. 300, si riteneva che continuasse a costituire reato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, in quanto sussiste continuità normativa tra l’abrogata fattispecie e quella prevista dall’art. 171 in relazione all’art. 114 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 come rimodulata dall’art. 23 d.lgs. 14 settembre 2015, n. 151 (attuativo di una delle deleghe contenute nel Jobs Act), avendo la normativa sopravvenuta mantenuto integra la disciplina sanzionatoria per la violazione dell’art. 4 (Cass. sez. III pen., 10 ottobre 2017-31 gennaio 2018 n. 4564).

Il nuovo art. 171 del Codice della Privacy dichiara applicabili le sanzioni penali di cui allo Statuto dei Lavoratori e cioè, “salvo che il fatto costituisca più grave reato”, la pena pecuniaria prevista per le contravvenzioni e cioè “l’ammenda da euro 154 a euro 1549 o l’arresto da giorni 15 ad un anno”.

La fattispecie base, essendo punita con pena alternativa, consente al datore di lavoro (persona fisica) contravventore di avvalersi della oblazione discrezionale (art. 162 bis c.p). e di evitare il processo (e l’eventuale condanna) mediante un esborso pecuniario e l’eliminazione delle conseguenze del reato.

(Stefano Maria Corso – IPSOA)

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