Diffamazione online, il solo cognome può non essere “individualizzante”, ma l’effetto lesivo aumenta

Pochi giorni addietro, la Corte di Cassazione con la sentenza n. 4498 depositata in cancelleria il 14 febbraio 2019, ha ribaltato il principio ormai consolidato per cui, in tema di diffamazione a mezzo stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, è configurabile il reato anche in assenza di esplicite indicazioni nominative e quando i soggetti siano individuabili tramite riferimenti alle attività svolte.

La posizione assunta di recente dagli Ermellini, si basa sul fatto che l’offesa della reputazione necessaria ad integrare l’illecito diffamatorio, presuppone l’individuazione del diffamato sulla base di elementi che siano oggettivamente tali da far confluire il fatto offensivo su un determinato soggetto, sicché conferma il principio secondo cui “l’indicazione del solo cognome non è, di norma, sufficiente ove non sia munita di immediata attitudine individualizzante” (Cass. N.21424/2014).

Secondo il Collegio, infatti, nonostante per la Corte d’Appello i dati diffusi erano tali “nella loro specificità”, ad esprimere “immediata attitudine individualizzante”, la motivazione è risultata infine apparente ed escludente l’identificabilità del soggetto.

In tal senso, in ossequio all’ermeneutica nomofilattica, la Suprema Corte ha accolto il primo motivo (il secondo riguardo l’attitudine individualizzante assorbito ed il terzo e quarto dichiarati inammissibili) della Corte di Appello di Catania, che aveva accolto il gravame avverso la decisione del Tribunale della medesima Città, il quale aveva rigettato la domanda di risarcimento danni derivanti dalla lesione del diritto all’immagine, all’identità personale, all’onore e alla reputazione cagionata dalla società convenuta a seguito alla divulgazione di notizie false sulla personalità di due soggetti.

Per essere ancora più precisi ed andando a fondo del contorto caso in esame, le questioni costituenti oggetto dei motivi di ricorso per Cassazione, espressamente dichiarati assorbiti, debbono ritenersi, per definizione, non decise e possono essere, quindi, riproposte del tutto impregiudicate all’esame del giudice di rinvio.

In sostanza, fornire dati identificativi di una persona come l’età, i plurimi precedenti penali ed il suo soggiorno in una determinata città, non rappresenta “la sussistenza del requisito dell’identificabilità della persona diffamata, necessario per la configurazione dell’illecito diffamatorio”.

In questo specifico e complesso caso però, importantissimo è stato per gli Ermellini, il non dare affatto contezza, in modo intelligibile e congruente da parte della Corte territoriale, di come e perché gli errori del comunicato (contenente precise notizie non veritiere a carico della vittima successivamente smentite), non fossero idonei ad escludere l’identificabilità del soggetto con la vittima.

A tal proposito, la Corte si è espressa altre volte riguardo tale delicata materia, sulla base del rispetto dei requisiti di veridicità e continenza della forma espressiva in cui essi sono riportati, nonché l’essenzialità dell’informazione.

La diffusione del comunicato, infatti, ha sicuramente aumentato l’effetto lesivo dell’onorabilità della vittima, ampliando la platea di soggetti che sono venuti a conoscenza dei fatti e in grado di individuarne l’asserito autore, che, anche se successivamente smentite, hanno comunque creato un danno, (infatti il primo motivo di ricorso è risultato manifestamente fondato) ma non sufficiente per configurare l’illecito diffamatorio per i motivi già largamente su riportati.

Infatti, a tal proposito, molti sono i giudici che (si pensi al Tribunale di Catania nel caso in esame) non si accodano al consolidato orientamento basato sui requisiti di veridicità, pertinenza e continenza precisando che nel caso di offesa generica non c’è reato.

Pertanto, bypassando anche le altre deduzioni e tesi difensive che i giudici hanno in parte convalidato, il reato di diffamazione può dirsi integrato qualora venga lesa la reputazione di un soggetto che, indipendentemente dalla sua indicazione nominativa, sia immediatamente individuabile; causando però, secondo alcuni orientamenti ed in questi casi, l’ennesima lacerazione nella sfera del diritto alla privacy dei soggetti coinvolti.Cassazione Sentenza 4498/2019

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Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati ha adottato le linee-guida in materia di codici di condotta

Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (EDPB) ha adottato linee-guida in materia di codici di condotta. Le linee-guida mirano a fornire orientamenti pratici e supporto interpretativo rispetto all’applicazione degli articoli 40 e 41 del regolamento generale sulla protezione dei dati.

Esse intendono contribuire a chiarire le procedure e le norme relative alla presentazione, all’approvazione e alla pubblicazione dei codici di condotta a livello sia nazionale che europeo; inoltre, dovrebbero offrire un chiaro quadro di riferimento per tutte le autorità di controllo, il Comitato e la Commissione nel valutare i codici di condotta in modo coerente snellendo le relative procedure. Le linee-guida sono oggetto di una consultazione pubblica (in corso).

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Interpello sicurezza sul lavoro n.2/201

Pubblicato dall’Ispettorato nazionale del Lavoro l’interpello sulla sicurezza sul lavoro n.2 del 15 febbraio 2019 a tema:

  • Applicazione, per l’attività degli Enti ispettivi, della Circolare Orientamenti pratici per la determinazione delle esposizioni sporadiche e di debole intensità (ESEDI) all’amianto nell’ambito delle attività previste dall’art. 249 c. 2 del D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 come modificato e integrato dal D. Lgs. 3 agosto 2009, n. 106.

L’interpello segue il n.1/2019 a tema sicurezza sul lavoro pubblicato il 31 gennaio 2019.

Info: interpello sicurezza sul lavoro n.2/2019

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L’omessa nomina del Medico Competente

Analizzando la giurisprudenza capita più spesso di quanto si pensi di imbattersi in sentenze che descrivono situazioni nelle quali il Medico Competente non è stato nominato nonostante ricorressero quei casi nei quali la legge ne prevede obbligatoriamente la nomina.

Dato tale quadro, che emerge in maniera piuttosto chiara dalle sentenze, e guardando ai pronunciamenti di Cassazione (per lo più degli ultimi due anni) e alla dottrina penalistica, alcune riflessioni sono d’obbligo.

L’obbligo di nominare il Medico Competente nei casi previsti dalla legge – L’ignoranza della legge sull’obbligo della nomina – L’obbligo di nomina del MC, il DVR e i rischi

L’art.18 c.1 lett.a) del D.Lgs.81/08 prevede che il datore di lavoro (o il dirigente) debba nominare il medico competente nei casi previsti dal presente decreto legislativo”.

Tuttavia – sottolinea la dottrina penalistica – “al di là del suo immediato significato letterale, una tale norma sanzionatoria non presidia solo l’obbligo di nomina configurato direttamente dal d.lgs.81/2008, ma è volta ad assicurare la nomina del medico competente in tutti i casi in cui la “normativa vigente” prevede un obbligo di sorveglianza sanitaria. Lo stabilisce espressamente l’art.41, comma 1, d.lgs.81/2008, alla luce del quale si possono quindi configurare due presupposti operativi della fattispecie incriminatrice in esame: quello che discende dall’obbligo di sorveglianza sanitaria previsto direttamente dal decreto e quello derivante dall’obbligo di sorveglianza sanitaria stabilito da altre normative [1].”

E – proseguono gli autori – rispetto a questo secondo caso, “quel che è certo è che tutte queste disposizioni [esterne rispetto al d.lgs.81/08, n.d.r.], per il tramite del rinvio a catena operato dagli artt.18, comma 1, lett.a, e 41, comma 1, d.lgs.81/2008, si traducono in vere e proprie propaggini esterne della norma incriminatrice in commento: con la rilevante conseguenza pratica che la mancata conoscenza dell’obbligo di sorveglianza sanitaria da cui dipende l’obbligo di nomina del medico competente difficilmente potrebbe giovare al datore di lavoro [2] che non l’abbia effettuata, ricorrendo in questi casi una classica ipotesi di ignorantia legis disciplinata dall’art.5 c.p. [3]”. [4] 

Una conferma a questo principio si può ritrovare per analogia in Cassazione Penale, Sez.III, 12 dicembre 2018 n. 55473 (in questo caso con riferimento alla nomina dell’RSPP) che, dopo aver premesso che “è emerso come il documento di valutazione dei rischi presentasse una data successiva a quella dell’accesso ispettivo e, inoltre, come non fosse stata acquisita alcuna utile traccia documentale circa l’avvenuta designazione del Responsabile del servizio di Prevenzione e Protezione, né tantomeno circa la formazione della dipendente”, specifica che “quanto alla deduzione circa l’esclusione del dolo per l’errata o insufficiente conoscenza di quelli che erano gli obblighi di Legge incombenti sull’imputata nell’indicata qualità, la Corte d’appello ha ricordato che, a tutto voler concedere circa l’astratta ravvisabilità di un’errata o insufficiente preparazione tecnico-legale della ricorrente, i fatti-reato sono puniti a titolo contravvenzionale e dunque postulano la mera coscienza e volontà della condotta che è stata ampiamente ravvisata nel caso in esame sul rilievo che la ricorrente, accettando il ruolo e le funzioni di titolare di una ditta commerciale operante nel territorio dello Stato, non poteva non essere edotta degli oneri e prescrizioni derivanti da espresse previsioni di legge.”

Passando a trattare della relazione intercorrente tra l’obbligo di nomina del medico competente e i casi previsti dalla legge (laddove, nel caso di specie, l’esposizione dei lavoratori al rischio biologico faceva scattare l’obbligo di nomina del MC), Cassazione Penale, Sez.III, 27 luglio 2017 n. 37412 tratteggia un caso che, nei suoi tratti essenziali, riproduce una situazione abbastanza “tipica” e presente nelle sentenze sulla mancata nomina del medico competente: una situazione nella quale sono riscontrabili già a monte importanti carenze nel documento di valutazione dei rischi.

In particolare, questa è la situazione descritta dalla Cassazione: il documento per la valutazione dei rischi,presentava nel caso di specie numerose incongruenze e incompletezze (in un’impresa agricola dedita all’allevamento principalmente di ovini, ma anche di suini e bovini risultavano indicati soltanto dipendenti adibiti alla pulizia delle stalle, rispetto ai quali peraltro, non erano analizzati con completezza i relativi rischi; pure essendo analizzati i rischi per le attività di coltivazione, ossia aratura erpicatura, fertilizzazione dei terreni, falciatura e trinciatura, non era indicato alcun lavoratore addetto, sul posto era presente una voliera con pollame senza che l’attività di avicoltura fosse indicata, non erano analizzati i rischi legati all’uso di attrezzature meccaniche dell’attività di allevamento, pur presenti né risultavano indicate le mansioni specifiche dei dipendenti).”

Come ricordato dalla Corte, la ricostruzione operata a monte dai giudici di merito “evidenzia con ricadute anche riguardo al reato di cui al capo b, l’omessa indicazione del rischio biologico specifico esistente in una delle lavorazioni (in particolare correttamente evidenziando la sentenza impugnata come mentre il documento riconosceva la presenza di rischi biologici a pagina 47 non analizzava i rischi legati alla possibile presenza di agenti patogeni veicolati dagli animali, nonostante vi fossero lavoratori addetti alla mungitura e allevamento esposti a tali rischi biologici (derivanti dal contatto con gli animali).

Da ciò correttamente deduceva, altresì, il tribunale, la necessità della nomina di un medico competente per la sorveglianza sanitaria, non nominato nonostante vi fosse l’esposizione al rischio biologico derivante dall’allevamento di animali.”

L’esibizione della documentazione riguardante la nomina del MC

Una sentenza del mese scorso (Cassazione Penale, Sez.III, 21 gennaio 2019 n. 2580) si focalizza su tema della prova della avvenuta nomina del Medico Competente.

La Corte premette che “la asserita illogicità della deduzione del giudice che ha tratto la prova della sussistenza dei fatti dalla omessa esibizione dei documenti discendenti dalla condotta normativamente richiesta non sussiste” e precisa che “sul punto è sufficiente rilevare che tanto la mancata nomina del medico competente (art.18 c.1 lett.a), D.lgs. 81/2008) quanto il mancato assolvimento degli obblighi di formazione ed informazione (art. 37 co.2, D.lgs.81/2008 e Accordo Stato Regioni del 21.12.2011) necessitano per legge di essere documentati, dondecorrettamente il giudice ha tratto la prova della sussistenza dei reati ascritti dalla mancata esibizione della documentazione, nemmeno dopo la notifica del c.d. foglio di prescrizione, con cui era stata attivata la procedura prevista dal d. lgs. n.758 del 1994.”

Analogamente, nella già citata Cassazione Penale, Sez.III, 12 dicembre 2018 n. 55473, con riferimento alla nomina dell’RSPP, “la Corte d’appello, con adeguata e logica motivazione, ha affermato che – dalla deposizione resa dal teste qualificato, ispettore addetto alla sicurezza sul lavoro, deposizione risultata sufficientemente circostanziata e non contraddetta da risultanze di contrario segno – è emerso come il documento di valutazione dei rischi presentasse una data successiva a quella dell’accesso ispettivo e, inoltre, come non fosse stata acquisita alcuna utile traccia documentale circa l’avvenuta designazione del Responsabile del servizio di Prevenzione e Protezione, né tantomeno circa la formazione della dipendente.”

Le caratteristiche del reato commesso dal datore di lavoro (o dal dirigente) che non nomini il MC nei casi in cui sia obbligatorio

Fermo restando che (come evidenziato nel prossimo paragrafo) la mancata nomina del Medico Competente, con tutto quanto ne consegue in termini di ulteriori omissioni, può avere rilevanza quale profilo di colpa specifica per il datore di lavoro anche in caso di malattia professionale o di infortunio e quindi anche nel caso di un reato di evento, in questo paragrafo prendiamo in considerazione il reato di omessa nomina del Medico Competentequale reato contravvenzionale consistente nella violazione in sé e per sé dell’obbligo previsto dall’art.18 c.1 lett.a) D.Lgs.81/08 e sanzionato dal medesimo decreto con la pena alternativa dell’arresto o dell’ammenda.

In termini penalistici, si tratta di un reato che “si perfeziona nel momento in cui sorge l’obbligo per il datore di lavoro di provvedere alla nomina, secondo i parametri normativamente previsti, e giunge a consumazione al momento della cessazione dell’attività lavorativa che impone la sorveglianza sanitaria obbligatoria, ovvero dell’effettuazione tardiva della nomina”. [5]  

Proprio su questo punto si è pronunciata la Suprema Corte in una sentenza dell’anno scorso (Cassazione Penale, Sez.III, 9 luglio 2018 n. 30918), che descrive un caso nel quale “a seguito del sopralluogo dello SPRESAL, emergeva la mancata osservanza della prescrizione in materia di sicurezza del lavoro, ed in particolare, la mancata nomina del medico competente”, specificando “che l’imputata aveva poi provveduto successivamente alla nomina.”

La Cassazione precisa qui che “la contravvenzione prevista dall’art.55, comma primo, lett.d) del D.Lgs9 aprile 2008, n.81, che sanziona l’inosservanza del l’obbligo di nomina del medico competente ex art.18 comma 1 lett. a) del medesimo decreto, ha natura di reato permanente e di pericolo astratto, per cui la condotta illecita si protrae sino al momento di ottemperanza dell’obbligo di legge e ai fini della sua configurazione non è necessario che dalla violazione delle prescrizioni derivi un danno alla salute o alla incolumità del lavoratore.”

Le ulteriori conseguenze penali legate alla mancata nomina del MC quando obbligatorio

E’ evidente che dall’omessa nomina del Medico Competente, allorché obbligatoria, derivano necessariamente, in maniera immediata e diretta, proprio in virtù del sistema di obblighi quale costruito dalla normativa prevenzionistica, svariate ulteriori omissioni a carico del datore di lavoro o del dirigente in materia di tutela alla salute e sicurezza dei lavoratori (omissioni che qui per esigenze di brevità non possiamo elencare nel dettaglio ma che possono essere facilmente e intuitivamente identificate anche solo scorrendo l’art.18 D.Lgs.81/08 e le norme correlate).

Le omissioni conseguenti alla mancata nomina del Medico Competente possono facilmente assumere rilevanza anche in caso di reati di evento conseguenti ad infortuni o malattie professionali.

Con riferimento ad esempio all’obbligo della sorveglianza sanitaria (benché tali ulteriori e consequenziali omissioni – si badi bene – non siano limitate alla sola sorveglianza sanitaria dal momento che la nomina del medico competente non è finalizzata solo all’attuazione di questo obbligo), possiamo citare (una per tutte) Cassazione Penale, Sez. IV, 9 maggio 2013 n. 20128, la quale ha confermato la condanna di un datore di lavoro per aver cagionato un’ipoacusia ad un lavoratore “per non avere tempestivamente provveduto alla nomina del medico competente”.

Più in particolare, in questa sentenza la Corte ha affermato la responsabilità del datore di lavoro “per avere proceduto alla nomina del medico competente solo […] dopo l’inizio delle ispezioni e dopo la specifica richiesta dei documenti inerenti la sorveglianza sanitaria, omissione che aveva determinato la mancata sorveglianza sanitaria e la visita medica di idoneità dei lavoratori esposti indicati, nonché le successive visite mediche periodiche al fine di stabilire la prosecuzione nelle mansioni esposte ai rischi, ovvero il cambio di mansione per coloro i quali avessero subito danno o sopravvenuta inidoneità alla mansione espletata…”.

Anna Guardavilla

Dottore in Giurisprudenza specializzata nelle tematiche normative e giurisprudenziali relative alla salute e sicurezza sul lavoro

Corte di Cassazione Penale, Sez.III – Sentenza n. 55473 del 12 dicembre 2018 – Omissioni in materia di sicurezza. Nessun documento di valutazione dei rischi, nessuna nomina di un RSPP, nessuna formazione ai dipendenti.

Corte di Cassazione Penale Sez. 3 – Sentenza n. 37412 del 27 luglio 2017 – Impresa agricola e inidonea valutazione dei rischi specifici. Esposizione al rischio biologico e necessaria nomina del medico competente

Corte di Cassazione Penale, Sez.III – Sentenza n. 2580 del 21 gennaio 2019 n. 2580 – Omessa nomina del medico competente e omessa formazione ed informazione. Mancata esibizione della documentazione

Corte di Cassazione Penale, Sez.III – Sentenza n. 30918 del 9 luglio 2018 – Frantoio e mancata nomina del medico competente

Corte di Cassazione Penale, Sez. IV – Sentenza n. 20128 del 9 maggio 2013 – Ipoacusia da rumore e mancata nomina del medico competente. Nesso di causalità

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Pillole di sicurezza: la sorveglianza sanitaria

In riferimento alla sorveglianza sanitaria ricordiamo un estratto del testo del D.lgs. 81/08 che indica quando e come deve essere fatta

D.Lgs. 81/2008, Articolo 41 – Sorveglianza sanitaria

1. La sorveglianza sanitaria è effettuata dal medico competente:

a)nei casi   previsti   dalla   normativa   vigente,   dalle   indicazioni  fornite  dalla  Commissione  consultiva  di  cui all’articolo  6;

b)qualora il  lavoratore  ne  faccia  richiesta  e  la  stessa  sia  ritenuta  dal  medico  competente  correlata  ai  rischi lavorativi.

2. La sorveglianza sanitaria comprende:

a)visita medica  preventiva  intesa  a  constatare  l’assenza  di  controindicazioni  al  lavoro  cui  il  lavoratore  è destinato  al fine  di valutare  la sua  idoneità  alla  mansione  specifica;

b)visita medica  periodica  per  controllare  lo  stato  di  salute  dei  lavoratori  ed  esprimere  il  giudizio  di  idoneità  alla mansione  specifica.  La periodicità di tali accertamenti, qualora non prevista dalla relativa normativa, viene stabilita, di norma, in una volta l’anno.  Tale periodicità può assumere cadenza diversa, stabilita dal medico competente in funzione della valutazione del rischio.  L’organo di vigilanza, con provvedimento motivato, può disporre contenuti e periodicità della sorveglianza sanitaria differenti rispetto a quelli indicati dal medico competente;

c)visita medica su richiesta del lavoratore, qualora sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi professionali o alle sue condizioni di salute, suscettibili di peggioramento a causa dell’attività lavorativa svolta, al fine di esprimere il giudizio di idoneità alla mansione specifica;

d)visita medica in occasione del cambio della mansione onde verificare l’idoneità alla mansione specifica;

e)visita medica  alla cessazione  del rapporto  di lavoro  nei casi previsti  dalla  normativa  vigente.

e-bis)visita medica  preventiva  in fase preassuntiva;

e-ter)visita medica  precedente  alla  ripresa  del  lavoro,  a  seguito  di  assenza  per  motivi  di  salute  di  durata superiore  ai sessanta giorni continuativi, al fine di verificare  l’idoneità  alla mansione.

2-bis.  Le visite mediche preventive possono essere svolte in fase preassuntiva, su scelta del datore di lavoro, dal medico competente o dai dipartimenti di prevenzione delle ASL.  La scelta dei dipartimenti di prevenzione non è incompatibile con le disposizioni dell’articolo 39, comma 3.

3. Le visite mediche di cui al comma 2 non possono essere effettuate: a) lettera soppressa dall’art. 26 del D.Lgs. 3 agosto 2009, n. 106 b) per accertare stati di gravidanza; c) negli altri casi vietati dalla normativa vigente.

4. Le visite mediche di cui al comma 2, a cura e spese del datore di lavoro, comprendono gli esami clinici e biologici e indagini diagnostiche mirati al rischio ritenuti necessari dal medico competente. Nei casi ed alle condizioni previste dall’ordinamento, le visite di cui al comma 2, lettere a), b), d), e-bis) e e-ter) sono altresì finalizzate alla verifica di assenza di condizioni di alcol dipendenza e di assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti.

4-bis. Entro il 31 dicembre 2009, con accordo in Conferenza Stato-Regioni, adottato previa consultazione delle parti sociali, vengono rivisitate le condizioni e le modalità per l’accertamento della tossicodipendenza e della alcol dipendenza.

5. Gli esiti della visita medica devono essere allegati alla cartella sanitaria e di rischio di cui all’articolo 25, comma 1, lettera c), secondo i requisiti minimi contenuti nell’ALLEGATO 3A e predisposta su formato cartaceo o informatizzato, secondo quanto previsto dall’articolo 53.

6. Il medico competente, sulla base delle risultanze delle visite mediche di cui al comma 2, esprime uno dei seguenti giudizi relativi alla mansione specifica:

 a) idoneità;

 b) idoneità parziale, temporanea o permanente, con prescrizioni o limitazioni;

 c) inidoneità temporanea;

 d) inidoneità permanente.

 6-bis. Nei casi di cui alle lettere a), b), c) e d) del comma 6 il medico competente esprime il proprio giudizio per iscritto dando copia del giudizio medesimo al lavoratore e al datore di lavoro.

7. Nel caso di espressione del giudizio di inidoneità temporanea vanno precisati i limiti temporali di validità.

8. Comma abrogato dall’art. 26 del D.Lgs. 3 agosto 2009, n. 106

9. Avverso i giudizi del medico competente ivi compresi quelli formulati in fase preassuntiva è ammesso ricorso, entro trenta giorni dalla data di comunicazione del giudizio medesimo, all’organo di vigilanza territorialmente competente che dispone, dopo eventuali ulteriori accertamenti, la conferma, la modifica o la revoca del giudizio stesso.

SANZIONI AMMINISTRATIVE

Sanzioni per il datore di lavoro e il dirigente

• Art. 41, co. 3: sanzione amministrativa pecuniaria da 2.192,00 a 7.233,60 euro [Art. 55, co. 5, lett. f)]

Sanzioni per medico competente

 • Art. 41, co. 3, 5 e 6-bis: sanzione amministrativa pecuniaria da 1.096.00 a 4.384,00 euro [Art. 58, co. 1, lett. e)]

DECRETI ATTUATIVI

Decreto interministeriale 27 marzo 2013 – Semplificazione in materia di informazione, formazione e sorveglianza sanitaria dei lavoratori stagionali del settore agricolo

CIRCOLARI

Ministero della Salute – Dipartimento della Sanità Pubblica e Innovazione – DG della Prevenzione – Circolare prot. 0010748 del 10/05/2013 – Oggetto: “Tutela della salute nei luoghi di lavoro: Sorveglianza sanitaria – Accertamenti pre-assuntivi e periodici sieropositività HIV – Condizione esclusione divieto effettuazione”

LETTERE CIRCOLARI

Lettera circolare del 12/10/2017 prot. 3 – Oggetto: Indicazioni operative sulle sanzioni da applicare in caso di omessa sorveglianza sanitaria dei lavoratori

INTERPELLI

INTERPELLO N. 1/2013 del 02/05/2013 – Obbligo visita medica preventiva per stagista minorenne

Interpello n. 1/2013

INTERPELLO N. 8/2013 del 24/10/2013 – Art. 41, comma 2, visita medica preventiva

INTERPELLO N. 18/2014 del 06/10/2014 – Visite mediche al di fuori degli orari di servizio

INTERPELLO N. 8/2015 del 02/11/2015 – Applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro in tema di sorveglianza sanitaria e di visita dei luoghi di lavoro da parte del medico competente

INTERPELLO N. 8/2016 del 12/05/2016 – Obbligo della sorveglianza sanitaria nell’ipotesi di distacco del lavoratore

INTERPELLO N. 14/2016 del 25/10/2016 – Oneri visite mediche ai sensi dell’art. 41 del d.lgs. n. 81.2008

INTERPELLO N. 15/2016 del 25/10/2016 – Applicabilità della sorveglianza sanitaria ai medici di continuità assistenziale

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Imparare dagli errori: infortuni professionali nei depositi e magazzini

Injured construction worker laying on floor after fall

I casi di infortunio nei magazzini

Il primo caso che presentiamo si sofferma su un infortunio avvenuto nel magazzino di smistamento di posta e piccoli colli gestito da un operatore che ha sub-appaltato le attività di consegna ad una cooperativa di cui l’infortunato era socio-lavoratore.

Il lavoratore ha terminato le consegne del giorno ed ha parcheggiato il mezzo nei pressi della cosiddetta “ribalta”, zona perimetrale del capannone-deposito che presenta uno sbalzo tra pavimento del deposito e piano piazzale esterno inferiore ad un metro.

Lasciato l’automezzo su sta recando a piedi all’interno del capannone ma scivola su un cartone lì posizionato per “nascondere” una piccola pozza di olio alimentare creata dalla rottura di bottiglie di tale liquido. “Non si è riusciti ad individuare chi e quando abbia posizionato il cartone (mascheramento probabilmente avvenuto alcune decine di minuti prima dell’incidente). Si è appurato che non esiste una procedura da seguire in caso di spandimenti di liquidi (o altri materiali) sul pavimento del magazzino, né da parte del gestore del magazzino né da parte della Cooperativa; giornalmente il deposito è comunque oggetto di pulizia da parte di una ditta esterna”.

Nella caduta il lavoratore si è procurato “la frattura scomposta del polso sinistro per una inabilità di 76 giorni. Data la tipologia di scivolamento è dubbio che l’utilizzo di scarpe antinfortunistiche (di cui il lavoratore non era dotato) avrebbe potuto impedire la caduta”.

Il fattore causale indicato è dunque la presenza di una “pozza di olio alimentare mascherata da un cartone steso sopra”.

Il secondo caso riguarda un infortunio in attività di inventario di colli.

Per “inventariare i colli a magazzino” un lavoratore passa, per mezzo di una scala fissa, sulla sommità dei colli posta a circa 1,5 metri dal pavimento.

Il lavoratore mentre conta i colli percorrendoli in sommità andando a ritroso (all’indietro) pone un piede nel vuoto non potendo vedere dietro di sé che i colli erano terminati (e così anche il piano su cui l’infortunato camminava). In conseguenza di ciò cade all’indietro sul pavimento fratturandosi due vertebre. E, tra le altre cose, si è appurato che l’infortunato “non era l’addetto al magazzino ma l’addetto alla conduzione dell’impianto termico”.

Il fattore causale riportato dalla scheda riguarda il “controllo improprio del materiale a magazzino”.

Il terzo caso riguarda un infortunio all’interno di un centro logistico per movimentazione da piazzale o da magazzino di merci sfuse, container e materiali vari.

Un lavoratore svolge mansioni di operatore generico e carrellista. Componente di una squadra composta di 4 operatori a terra più un carrellista, sta effettuando operazioni di svuotamento di alcuni container contenenti tronchi.

L’inconveniente che origina l’infortunio si verifica con le seguenti modalità: “inizialmente gli operatori hanno provveduto a sfilare singolarmente le due ‘virate’ (cataste) di tronchi presenti all’interno del container per rimuovere, successivamente, le reggette che li bloccavano, per procedere alla movimentazione dei singoli tronchi”. Per compiere questa operazione l’infortunato si sposta sul lato opposto della catasta di tronchi per poter prendere una cesoia a mano. Durante il tragitto a fianco della catasta uno di questi si muove dalla posizione originaria e cade al suolo andando a colpire ad una gamba l’operatore procurandogli la frattura del malleolo del piede sinistro. Dagli accertamenti effettuati “è emerso che alcune reggette si erano rotte nell’operazione di sfilo dal container anche a causa del contatto con l’altra ‘virata’ di tronchi immagazzinata nel contenitore”.

Questi i fattori causali riportati nella scheda:

  • “l’infortunato è transitato sotto la catasta;
  • cedimento reggette del carico nell’operazione di sfilo dal container”.

La prevenzione degli infortuni nei depositi e nei magazzini

Per avere alcuni suggerimenti per la prevenzione generale degli infortuni in depositi e magazzini possiamo fare riferimento ad un documento prodotto da un Organismo Paritetico Provinciale e già presentato dal nostro giornale.

Nel documento “ Rischi in deposito”, a cura del Dott. Mauro Scartazza (Consulente Salute Sicurezza e Igiene degli Alimenti), si fa riferimento alle attività svolte dagli addetti che operano all’interno dei locali di deposito. Attività che “prevedono il ricevimento dei fornitori con lo scarico della merce, il controllo e smistamento dei prodotti, il deposito in attesa della vendita/spedizione nei locali adibiti a deposito/magazzino, il prelievo del materiale ed eventualmente la creazione dei pallet per le consegne”. Attività che prevedono dunque anche operazioni di carico e scarico con movimentazione manuale dei carichi e/o movimentazione con carrelli elevatori (o transpallet elettrici o manuali), secondo la tipologia e del peso dei prodotti imballati.

Il documento oltre a fornire varie prassi e disposizioni per ridurre i rischi degli operatori, a partire dall’utilizzo di idonei metodi di immagazzinamentopresenta alcune misure di prevenzione e procedure di lavoro:

  • “verificare che sia esposto un cartello ben visibile con l’indicazione della portata massima di progetto dei solai ed anche delle eventuali scaffalature in Kg/mq di superficie”;
  • “indicare l’altezza massima ammissibile per le cataste, che deve essere in funzione del carico massimo sopportabile dal pavimento, della sicurezza antiribaltamento e dello spazio necessario in quota per la movimentazione del mezzo di sollevamento;
  • le cataste devono essere innalzate e disfatte da persone addestrate;
  • vietare di salire direttamente sulle cataste ed usare scale o carrelli;
  • porre le cataste dei materiali su pavimento resistente, piano e antisdrucciolevole ed attuare misure atte ad evitarne il ribaltamento (art. 96 del D.lgs. n.81/08);
  • disporre le cataste in modo da non esercitare pressioni in pareti non idonee a sopportare tali sollecitazioni, e non invadere le vie di transito, che devono essere piane, di ampiezza adeguata e contrassegnate con strisce colorate;
  • sistemare il materiale depositato secondo la sua natura ed il suo volume, tenendo conto, nel caso si tratti di materiale combustibile o infiammabile, dei criteri di prevenzione incendi;
  • nel disfacimento delle cataste, procedere con ordine e mantenendo sempre un conveniente angolo di inclinazione;
  • nell’imbracare i carichi, seguire norme di buona tecnica e di sicurezza (per esempio non spostare casse, balle, ecc. fissando ganci od altri organi di presa sui legacci);
  • effettuare una corretta disposizione e garantire un passaggio minimo di 80 cm tra gli scaffali, per consentire una movimentazione agevole e sicura, in riferimento anche alle attrezzature utilizzate;
  • verificare che lungo i percorsi non vi siano sporgenze a nessun livello di altezza, onde impedire urti e inciampi;
  • verificare che nei magazzini e depositi sia rispettata la massima pulizia, l’ordine e la corretta disposizione a prescindere dal tipo di materiale stivato;
  • vietare di fumare mediante l’apposizione di appositi cartelli in posizione di maggiore visibilità;
  • garantire una sufficiente illuminazione delle aree di transito, evitando di formare zone d’ombra e disponendo i corpi illuminanti parallelamente alle scaffalature;
  • le uscite normali e quelle di sicurezza devono essere facilmente visibili, adeguatamente illuminate e sgombre da materiale;
  • verificare la costante efficienza dei dispositivi segnalatori di incendio ed il facile utilizzo dei presidi antincendio, che non deve essere impedito dalla presenza di materiale in giacenza;
  • effettuare la formazione e l’informazione relativa all’uso corretto delle attrezzature;
  • predisporre tutti gli interventi tecnici, organizzativi e procedurali concretamente attuabili al fine di ridurre al minimo gli eventuali rischi derivanti dall’esposizione al rumore”.

Ricordiamo che il documento, che vi invitiamo a visionare integralmente, riporta informazioni anche su altri aspetti (formazione, DPI, sorveglianza sanitaria, …).

Tiziano Menduto

Sito web di INFOR.MO.: nell’articolo abbiamo presentato le schede numero 80355666 1453 (archivio incidenti 2002/2015).

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Gdpr, solo il 23% delle imprese si sono adeguate

Il 23% delle imprese italiane si è adeguata al Gdpr, la nuova normativa Ue sulla privacy in vigore da fine maggio 2018, il 59% ha progetti in corso, l’88% ha un budget dedicato. E cresce il mercato della sicurezza informatica raggiungendo il valore di 1,9 miliardi di euro (+9% su anno). A scattare la fotografia è una ricerca dell’Information Security & Privacy della School of Management del Politecnico di Milano.

Secondo l’analisi, le principali finalità dei cyber attacchi subiti dalle imprese sono truffe come il phishing (83%) e le estorsioni (78%), poi intrusione a scopo di spionaggio (46%) e interruzione di servizio (36%). Ma nei prossimi tre anni le aziende temono soprattutto spionaggio (55%), truffe (51%), influenza e manipolazione dell’opinione pubblica (49%), acquisizione del controllo di sistemi come impianti di produzione (40%).

I principali obiettivi degli attacchi sono oggi gli account email (91%) e social (68%), seguiti dai portali eCommerce (57%) e dai siti web (52%). Nel prossimo triennio, dice la ricerca, le imprese prevedono che gli hacker si concentreranno su dispositivi mobili (57%), infrastrutture critiche come reti elettriche, idriche e di telecomunicazioni (49%), la casa smart (49%) e i veicoli connessi (48%).

La principale vulnerabilità è costituita dal comportamento umano: per l’82% delle imprese la prima criticità è la distrazione e scarsa consapevolezza dei dipendenti, seguita da sistemi IT obsoleti o eterogenei (41%) e da aggiornamenti e patch non effettuati regolarmente (39%).

Per minimizzare il rischio, l’80% delle imprese ha avviato piani di formazione del personale. L’analisi delinea infine un boom della figura del Data Protection Officer, presente nel 71% delle imprese, mentre il 59% ha inserito un Chief Information Security Officer.

Fonte: Ansa

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